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sabato 20 febbraio 2010

Lettera di Diego dallo Zambia


… tutto in un sabato, tutto in una domenica

Aids! “I’m positive”, sono positivo, sono positiva. Non è raro sentire questa frase entrando nelle case della gente della township di Bauleni. Le famiglie sono falciate da questo male ancora incurabile, ma la causa della morte spesso viene coperta con altre malattie oppure con cause misteriose e magiche. Il virus colpisce tutti, senza discriminazioni, che tu sia europeo o africano non importa, ma se in Europa si riesce a vivere dignitosamente, qui al contrario, si vive male e si muore e peggio! In Bauleni il virus ha un volto ben definito, una fisionomia marcata, delle caratteristiche fisiche che lasciano poco spazio a diagnosi dubbiose. Misonzi, per esempio, è una ragazza di 25 anni circa, con un sorriso disarmante. Un uomo è passato nella sua vita e le ha lasciato un bimbo con cui ha condiviso il virus. Questa donna però è ancora sola perché il bambino è stato portato via dall’Aids. Misonzi è sola col suo male che la mangia poco a poco, giorno dopo giorno e con il suo dolore; il ricordo di un bimbo che ad ogni sorgere del sole tenta di annegare nell’alcol senza mai riuscirci.
C’era anche Peter, un uomo sui 40 anni, talmente magro che la pelle ormai grigia sembrava essere dipinta sulle ossa. Abbiamo potuto condividere con lui poco tempo, appena due visite, alla terza abbiamo trovato solo il suo ricordo e le lacrime della sua famiglia. Oppure Brenda, una donna che vive sola con tre figli che non riesce a mantenere, il marito l’ha lasciata qualche anno fa. Il suo sguardo è triste e tenero allo stesso tempo e i segni della malattia si fanno evidenti col passare del tempo.
A volte è talmente stanca e debole che per intere settimane sta sdraiata sul suo materasso appoggiato sul pavimento. Brenda sa che deve morire, mi immagino solo il pensiero che la sbrana più della sua malattia: cosa faranno le mie tre creature in un futuro non troppo lontano?
Anche il sangue di Mercy e del suo bambino di otto anni porta quella maledetta parola tra i suoi globuli: “positivo!” Vivono in una casa talmente piccola che appena si entra ci si trova obbligatoriamente seduti sul divano senza più potersi muovere. Mercy ha buon gusto, cura i particolari della casa, ci mette amore e quando siamo arrivati, quel sabato, stava lavando il pavimento di cemento levigato, inginocchiata come in preghiera. Per quanto tempo ancora potranno camminare per le strade di Bauleni? Che scadenza avrà la loro speranza?
“Positivo!” e’ una parola che marchia a fuoco il sangue come una sentenza senza possibilità di appello. Il sangue, simbolo della vita, delle unioni indissolubili e delle alleanze, della promessa e della discendenza, diventa veleno, simbolo di paura ed emarginazione e siero che porta la morte. Ed è lo stesso sangue che domenica ho visto uscire dalla bocca e dalla testa di un uomo che altri tre uomini stavano linciando a bastonate calci e pugni. Il sangue scendeva dalla faccia alla terra e si mescolava con l’acqua di una pozzanghera, formando disegni cupi che sapevano di mattanza.
La gente attorno stava a guardare, come si guarda ammazzare un toro in una corrida. La coscienza grida e porta dove il coraggio non porta, e il grido si trasforma in azione. Quando lei pronuncia la sua parola non è possibile ignorarne la voce, e così sono stato spinto ad intervenire. L’avrebbero ammazzato? Non lo so, non so nemmeno il motivo del linciaggio e sinceramente non avrebbe fatto nessuna differenza. L’uomo è vivo, ma è viva anche la violenza che si accende per un nulla e accresce colpo dopo colpo, resa ancora più fredda e tagliente dal sadismo della gente che guarda con un certo godimento non proprio inconscio. La violenza è viva e pulsa sulle tempie e si alimenta di se stessa, del sangue che fa scorrere, che si rende visibile e imbratta l’uomo, la terra, l’acqua ma anche la coscienza. Cose d’Africa? No non e’ questo che intendo, perché queste cose capitano anche a Milano, nello stesso modo, con la stessa violenza e freddezza e nella stessa indifferenza. Ci si può indignare, ed è giusto che sia così, ma non si può condannare un intero continente per un gesto che rispecchia anche la propria cultura, nel mio caso quella italiana. Ora penso agli incontri vissuti lo scorso sabato e domenica, e nel silenzio, il giudizio affrettato lascia spazio alla preghiera, e questa porta alla riflessione, critica si, ma il più possibile ponderata. L’Africa, o meglio, lo Zambia non è questo, o non solo questo, come l’Italia non è solo mafia. Qui c’è del bello che nasce ogni giorno, nonostante tutto. Dio non si è dimenticato di questa terra, anzi, sprona l’uomo a ricordarsene.
Penso al sangue, elemento che ha unito un sabato e una domenica di febbraio bagnato dalle piogge, penso che da elemento di morte e di violenza siamo chiamati a riportarlo all’originale significato di alleanza e vita. Ho deciso di narrare questi eventi, non per mettere in cattiva luce questo popolo, anzi … lo faccio perché racconto storie, incontri che la vita mi da in dono, senza nascondere il brutto e il bello, la paura e la gioia, cercando di condividere a parole ciò che mi va capitando lungo il cammino. Scrivo perché come dice un proverbio indiano; “tutto ciò che non va donato va perduto”.

Diego (Gigo)

giovedì 4 febbraio 2010

messaggio di Diego (Gigo)



Il bello e la forza di vivere


Faceva caldo quel sabato, e il sole picchiava sui tetti di lamiera del compound, tanto da farli scricchiolare come scricchiola il metallo della marmitta di una macchina appena parcheggiata. Erano le quattro del pomeriggio, e la, sotto la veranda di una panetteria chiusa per lavori, c’era Elvis sulla sua sedia a rotelle verde, dove lo smalto della vernice aveva generosamente lasciato ampi spazi alla ruggine. Con lui c’era il suo fidato amico Martin, un ragazzone di struttura robusta, segno di un uomo abituato alla fatica. Il suo sorriso, semplice quanto spietato, rivela immediatamente che dietro il corpo da uomo c’è un cuore e un pensiero da bambino. Non so sinceramente quale sia il suo problema, ma sta di fatto che Martin ha delle difficoltà a livello mentale. Io non sapevo vivessero assieme, e nemmeno potevo immaginarlo, sino al momento in cui Elvis mi invitò a visitare la loro casa. Martin spingeva la carrozzina, sudato e con il suo immancabile sorriso, mentre Elvis tentava di spiegarmi, tra una buca e l’atra, dove fosse la sua casa, forse anche per rassicurarmi sul fatto che non avrei dovuto camminare molto sotto quel sole. Una volta arrivati davanti alla porta di legno, Martin cominciò a trafficare frettolosamente per togliere il lucchetto che unisce la porta al muro tramite un grosso anello di ferro. Elvis entrò per primo, seguito da Martin che lo spingeva, e poi tentai anch’io di entrare, ma non c’era più spazio e solo dopo qualche manovra riuscimmo ad incastrarci in modo che tutti avessero un posto per sedersi. Dentro c’era un letto solo che occupava tutta la lunghezza della casa. L’unica parte libera del letto in cui salire e scendere era sfondata e cadeva leggermente verso il basso. In un angolo c’era un’altra sedia a rotelle, quella di scorta, sommersa da oggetti di uso quotidiano, come secchi, pentole di alluminio, catini di plastica blu, piatti di metallo smaltato e altro ancora. Io ero seduto su un piccolo sgabello di legno e pelle di capra, con la porta d’ingresso che mi poggiava sulla spalla destra, e in questo modo riuscivo anche a tenerla aperta, visto che faceva molto caldo dentro la casa. Martin invece era seduto sul letto e Elvis sulla sua sedia a rotelle contro il muro, proprio sotto un calendario del 2007 con una pubblicità di un’associazione locale. Elvis sembrava felicissimo di mostrarmi la sua casa, il suo “kingdom” o regno, e mentre parlava mi guardava soddisfatto, con quegli occhi profondi e allo stesso tempo stanchi. Nei momenti di silenzio mi chiedevo come potessero due persone con i loro limiti vivere assieme, in quelle condizioni, in un posto come Bauleni! Elvis parlava e nel frattempo pensavo al fatto che la costruzione in cui noi teniamo gli attrezzi per lavorare la terra, è molto più grossa e areata della loro casa. Nel buio di quel tugurio, brillava la loro capacità di essere comunità, di mettersi assieme per potercela fare nonostante le loro difficoltà e i loro impedimenti. Paradossalmente quell’addizione di limiti e fragilità da un risultato sorprendente, ovvero; la forza di vivere. Mentre camminavo per le viette della township, tornando a casa, riflettevo sul senso e sull’importanza della comunità e del fare comunità. Non è facile stare assieme, necessita di compromessi, mediazioni e comprensione. Non è facile convivere, mettere insieme le differenze e far tacere l’egoismo per lasciare spazio all’altro nella sua totalità, con i suoi limiti ma anche con i suoi pregi. Tuttavia è uno sforzo necessario perché soli non bastiamo, non ce la facciamo. Chi promuove l’individualismo e l’autosufficienza estrema, vende illusioni, e a chi segue questo modello purtroppo molto comune in Europa, la vita, prima o dopo presenta il conto e il prezzo da pagare è la solitudine con le sue conseguenze. Elvis e Martin fanno riflettere. Il loro stile di vita, il loro modo di andare avanti e di aiutarsi insegnano a porre maggiormente l’attenzione su quel principio tanto caro al Ragazzo di Nazareth, che è quello della solidarietà, dell’aiuto reciproco, del creare toni di civiltà e di comunità, perché è in questo modo che ci si salva dall’inferno in terra e si risorge come donne e uomini nuovi già in questa vita, perché è dalla comunità che nasce il bello e la forza di vivere. Grazie Elvis, grazie Martin.

Diego (Gigo)


(Diego è un caro amico, con lui abbiamo lavorato sulle strade di Milano, è un frate Comboniano, ora è in Zambia dove stà facendo il noviziato per diventare missionario, noi laici, lui credente, ma un grande affetto ci unisce, certe volte la sua fede fa riflettere e aiuta )

giovedì 28 maggio 2009

Il vero ruolo dei missionari all'epoca coloniale

I missionari hanno davvero evangelizzato i Neri o hanno molto semplicemente servito gli interessi delle potenze coloniali? Per farci un'idea sul ruolo dei missionari all'epoca coloniale, dobbiamo volgere l'attenzione sulla dichiarazione fatta nel 1920 da Jules Renquin, ministro delle colonie belghe nel Congo belga .

Questo fu il suo discorso di benvenuto ai missionari arrivati in Africa in quella data: “Reverendi padri e cari compatrioti, siate i benvenuti nella nostra seconda patria, il Congo belga. Il compito che siete invitati a svolgere è molto delicato e richiede molto tatto. Sacerdoti, voi certo venite per evangelizzare. Ma questa evangelizzazione deve ispirarsi al nostro grande principio: tutto innanzitutto per gli interessi della metropoli (il Belgio). Lo scopo essenziale della vostra missione non è affatto di insegnare ai neri a conoscere Dio. Lo conoscono già. Parlano e si sottomettono a uno Nzamb o a un Nvindi-Mukulu e a chi so io. Sanno che uccidere, rubare, calunniare, ingiuriare è sbagliato. Abbiate il coraggio di riconoscerlo, non venite per insegnare loro ciò che già sanno. Il vostro ruolo è essenzialmente quello di facilitare il compito degli amministratori e degli industriali. Ciò significa che interpreterete il vangelo nel modo che meglio serva i nostri interessi in questa parte del mondo.

Per farlo, baderete fra le altre cose a:

- Fare in modo che i selvaggi si disinteressino delle ricchezze materiali di cui trabocca il loro suolo e sottosuolo, per evitare che interessandosene ci facciano concorrenza e sognino un giorno di farci sloggiare. La vostra conoscenza del Vangelo vi permetterà di trovare facilmente dei testi che raccomandano e fanno amare la povertà. Ad esempio: “ Beati i poveri di spirito, perch di essi è il regno dei cieli” e “E' più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio”.
Farete quindi di tutto affinch questi Negri abbiano paura di arricchirsi se vorranno meritare il cielo. - Contenerli per evitare che si rivoltino. Gli amministratori come gli industriali si vedranno obbligati di tanto in tanto, per farsi temere, a ricorrere alla violenza (ingiuriare, picchiare..). Bisognerà che i Negri non replichino o nutriscano sentimenti di vendetta. A questo fine, insegnerete loro a sopportare tutto. Commenterete e li inviterete a seguire l'esempio di tutti i santi che hanno porto l'altra guancia, che hanno perdonato le offese, che hanno accolto senza trasalire gli sputi e gli insulti.

- Allontanarli da e far loro disprezzare tutto ciò che potrebbe donar loro il coraggio di affrontarci. Mi riferisco particolarmente ai loro numerosi feticci di guerra che essi pretendono che li rendano invulnerabili. Dato che i vecchi non intenderanno abbandonarli, poich presto scompariranno, la vostra azione deve indirizzarsi soprattutto ai giovani.

- Insistere particolarmente su sottomissione e obbedienza cieche. Queste virtù sono meglio seguite in assenza di spirito critico. Quindi evitate di sviluppare uno spirito critico nelle vostre scuole.

- Insegnate loro a credere, non a ragionare. Istituite per loro un sistema di confessione che farà di voi dei buoni detective per denunciare qualsiasi nero che sviluppi una presa di coscienza e che rivendichi l'indipendenza nazionale.

- Insegnate loro una dottrina di cui voi stessi non metterete in pratica i principi. E se vi chiederanno perchè vi comportiate contrariamente a ciò che predicate, rispondete loro “voi neri, seguite quello che vi diciamo e non quello che facciamo”. E se replicassero facendovi notare che una fede senza la pratica è una fede meno forte, arrabbiatevi e rispondete “beati coloro che credono senza protestare”.

- Dite loro che le loro statuette sono l'opera di Satana. Confiscatele e riempite i nostri musei (...) Fate dimenticare ai neri i loro antenati.

- Non porgete mai una sedia a un nero che venga a farvi visita (...) Non invitatelo mai a cena, neanche se uccide per voi una gallina tutte le volte che andate da lui. Non date mai del voi a un nero, poichè si crederebbe uguale al bianco.

- Considerate tutti i neri come bambini (...) esigete che vi chiamino tutti “padre mio” (...).Sono questi, Cari compatrioti, alcuni dei principi che applicherete senza pecca. Ne troverete molti altri nei libri e nei testi che vi saranno dati alla fine di questa seduta. Il re attribuisce molta importanza alla vostra missione. Inoltre ha deciso di fare di tutto per facilitarla. Godrete dell'ampia protezione di cui godono gli amministratori. Riceverete del denaro per le vostre opere evangeliche e per i vostri spostamenti”.

Questo dice tutto!

mercoledì 17 dicembre 2008

Non tutto è marcio: la straordinaria vita di Dora Akunyili





Dora Akunyili è nata nel 1954 In un villaggio dello Stato di Anambra – Sud Nigeria.Proventiente da una famiglia cristiana agiata è la prima della classe e studia Farmacia, si laurea a Lagos e ottiene la specializzazione a Londra. Nel 1995, nominata segretaria di un fondo per l’aiuto ai più poveri, soffre di stomaco. Viene mandata a Londra per operarsi, in tasca 25 mila euro offerti dal suo datore di lavoro. Il chirurgo inglese ritiene l’operazione inutile, ma le propone una falsa diagnosi per dividersi il malloppo. Lei rifiuta e restituisce i soldi al capo, stupito da tanta onestà nel Paese più corrotto del mondo. Questo exploit arriva alle orecchie del futuro presidente Olusegun Obasanjo che la chiama nel 2001 alla testa della Nafdac (Agenzia Nazionale di controllo della nutrizione e delle medicine). Contrariamente ai suoi predecessori lei prende la missione alla lettera e dichiara guerra 'ai mercanti della morte'. Limita le importazioni a due porti e due aeroporti, ingaggia in Cina e in India degli ispettori che mettono 31 fabbricanti sulla lista nera e lancia più di 800 azioni contro mercati e produttori locali. La reazione dei baroni delle medicine contraffatte non tarda, prima tentano di corromperla, dopo hanno cominciato a minacciarla. Durante la sua lotta, ha dovuto anche sbarazzarsi dei collaboratori corrotti, 300 in sei anni, tra cui il fratello di suo marito che ancora gliene vuole. Suo figlio è stato vittima di un tentativo di rapimento a scuola, poi è toccato ai killer professionisti. Nell’agosto del 2001 sei uomini armati l’aspettano a casa sua: ha cambiato programma all’ultimo minuto. Un anno dopo, i laboratori della Nafdac bruciano. Lei avrebbe dovuto essere all’interno se il suo programma non fosse stato modificato. Il 26 dicembre 2003, mentre il suo convoglio si avvicinava a sua, una pallottola la sfiora e uccide il conducente. Lei sa bene chi è il mandante principale degli attentati. Marcel Nnakwe è il più grande produttore nigeriano di medicinali contraffatti, un uomo ricchissimo con mille protezioni all’interno dell’ordinamento giudiziario e delle forze dell’ordine. Attualmente è accusato di omicidio per l’attentato del Natale 2003 e il giudice, dopo 58 udienze, si è appena dichiarato incompetente. Il braccio di ferro comunque sta lentamente girando a sfavore dei mercanti della morte. Dal 62% del 2001, la parte di falsi medicinali sul mercato nigeriano è passata al 20%. In marzo ha avuto finalmente luogo un raid su Onitsha: 700 poliziotti hanno sequestrato 80 camion di prodotti contraffatti. Quanto ai fabbricanti indiani e pakistani, sono abbastanza sotto controllo. Più difficile il controllo sui cinesi.Prima di essere dirigente del NAFDAC ha occupato posizioni di prestigio nell'università della Nigeria, ed ha collaborato ai lavori di numerose commissioni scientifiche nazionali e internazionali. E' componente della New York Academy of Science, della Internationl Union of Pharmacology, e della International Pharmaceutical Federation.