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mercoledì 18 febbraio 2009

Scambiato per un clandestino e picchiato dalla polizia

di Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo

Mentre il disegno di legge 733 sulla sicurezza inciampa a più riprese nel corso del suo iter parlamentare, si moltiplicano i provvedimenti delle autorità locali contro gli immigrati ed i senza fissa dimora.
Dopo l’esito dei processi per i fatti di Genova, più che in passato, dilaga tra le forze di polizia la “libertà di manganello”.
I casi denunciati sono sempre più numerosi in tutta Italia, ma spesso anche la denuncia è impedita dalla minaccia di ritorsioni..

Come riferisce il giornale La Sicilia, a Lampedusa un cittadino italiano, mentre stava telefonando in una cabina vicino all’aeroporto, è stato scambiato per “clandestino”e bastonato senza preavviso dalle forze dell’ordine.

Come se fosse normale colpire alle spalle una persona, sulla base di un sospetto di clandestinità, prima di accertare la sua effettiva identità. L’uomo è stato trasferito da Lampedusa all’ospedale di Palermo per accertare la gravità delle lussazioni alle spalle.

Il clima che si respira a Lampedusa è sempre più pesante ed una vicenda come questa rischia di avere pesanti conseguenze sull’immagine dell’isola e sulle sue prospettive economiche basate sul turismo.
Quando la magistratura si limita ad applicare la legge senza farsi condizionare dai diktat dell’esecutivo, si sollecita un ritorno al controllo gerarchico dei giudici, se non ad un vero e proprio “tribunale eletto dal popolo”. Insomma siamo alle giurisdizioni speciali, e talvolta qualche giudice opera in modo veramente “speciale”, ad esempio quando si devono convalidare provvedimenti che limitano la libertà personale dei migranti, come se i principi costituzionali, a partire dagli articoli 13 e 24 della nostra Costituzione, fossero già abrogati.

Per mascherare i fallimenti delle politiche economiche e delle politiche migratorie, gli esponenti di governo lanciano ogni giorno nuovi allarmi, dal traffico di organi alla diffusione dello sfruttamento della prostituzione straniera, mentre si negano i diritti fondamentali dei minori stranieri non accompagnati e per le donne prostituite l’accesso alla protezione sociale, prevista dall’articolo 18 del testo unico sull’immigrazione, rimane un miraggio.

Gli allarmi poi vengono smentiti, o si rilevano infondati, oppure riguardano fenomeni che si verificano ormai da anni proprio per effetto di quelle scelte politiche di chi aveva promesso maggiore sicurezza.Mentre si sprangano le porte della Fortezza Europa si trasforma l’intera isola di Lampedusa in un campo di concentramento, a cielo aperto, concludendo accordi con i regimi dittatoriali del nord africa, senza alcuna garanzia effettiva per il diritto di asilo e per gli altri diritti fondamentali della persona.
Non si riconosce che l’aumento esponenziale degli arrivi di migranti nelle isole Pelagie (passati da 13.000 circa nel 2007, ad oltre 33.000 nel 2008, con un incremento assai sensibile proprio nella seconda metà dell’anno), si ricollega alle politiche di chiusura poste in essere, o solo annunciate, dal governo Berlusconi.

Si diffonde a tutti i livelli la “cattiveria” dichiarata da Maroni contro gli immigrati irregolari, oltre 900.000 oggi in Italia, e non solo da parte di agenti istituzionali. Non si contano più gli atti di razzismo e le aggressioni gratuite nei confronti di tutti gli immigrati, regolari o irregolari che siano. A Lampedusa questa “cattiveria” sta consentendo di detenere i migranti per settimane senza provvedimenti regolari e in condizioni igienico-sanitarie di gravissimo disagio fisico e psicologico.
Un caso vero e proprio di “trattamento disumano e degradante” vietato dall’art. 3 della Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo.A cosa servirà questa “cattiveria”? Quando si faranno i bilanci del 2009, non adesso in pieno inverno, ma dopo un estate e un autunno che si preannunciano assai caldi sul fronte degli sbarchi, malgrado le missioni di Maroni in Tunisia ed in Libia, il numero dei cd. “clandestini” presenti in Italia sarà ancora più elevato, per la pervicace volontà del governo italiano di ridurre ulteriormente i canali di ingresso legale, costituiti dai decreti flussi di ingresso.
Tutte le risorse prima destinate all’integrazione, finiscono intanto nei fondi per i rimpatri forzati o per finanziare la moltiplicazione dei centri di detenzione. Per “produrre” ancora altri clandestini, mentre i paesi di provenienza e di transito rimangono assai restii ad accettare la riammissione dei loro cittadini che sono emigrati spinti dalla fame.
Sembrerebbe che la Tunisia abbia riammesso finora appena un centinaio dei mille ed oltre migranti bloccati a Lampedusa. E i governanti di quei paesi, grandi amici di Berlusconi e dei suoi ministri, sono interessati soprattutto a riprendersi gli oppositori politici, che hanno rivendicato democrazia e giustizia sociale, per finire poi, dopo il rimpatrio da parte delle autorità italiane, nelle prigioni del loro paese, in qualche caso anche sotto tortura.

domenica 8 febbraio 2009

Anche questa è vita

Una decina di immigrati di origini tunisina, hanno tentato di togliersi la vita all’interno del Centro di prima accoglienza di Lampedusa.
La notizia è stata confermata dai vertici della cooperativa che gestisce il centro.
Sconvolti dal fatto che saranno presto rimpatriati, due tunisini hanno tentato di impiccarsi mentre altre due di tagliarsi le vene con lamette da barba. Tutti e quattro sono adesso nel poliambulatorio dell’isola e non correrebbero pericolo di vita.
A causa del trambusto provocato dai tentativi di suicidio per 950 ospiti del centro, quasi tutti tunisini, c’è stato un lieve ritardo nella consegna del cibo: «Tutti hanno mangiato» fanno saper dal Cpa.
Un’equipe, formata da prefetti e funzionari di polizia inviati dal ministero dell’Interno, sta vigilando su quanto accade nel centro di accoglienza di Lampedusa dove un centinaio di immigrati sta continuando lo sciopero della fame e altri immigrati avrebbero tentato di suicidarsi. Un uomo è stato trasferito d’urgenza a Palermo con l’eliambulanza per profonde ferite alla trachea. Sarebbero una decina, complessivamente, quelli che avrebbero provato ad impiccarsi utilizzando i propri indumenti e ingoiando lamette e bulloni.

Chissà perché il “diritto alla vita” deve essere riconosciuto a un embrione e a un corpo tenuto in stato vegetativo da macchinari e farmaci in modo disumano e non è riconosciuto a chi tenta disperatamente di sopravvivere: alle migliaia di “morti bianche”; ai deportati del lager di Lampedusa?
Perchè in Italia,come in altri paesi del mondo una vita ha importanza in prospettiva a quanto possa essere strumentalizzata.