mercoledì 2 giugno 2010

POTERE MASCHILE: UN FURTO ALLE NOSTRE VITE



Mi capita sempre più spesso di riflettere sul potere maschile e su cosa siamo diventati. Ho cominciato da qualche anno a frequentare, per le occasioni che mi è consentito, in quanto uomo, un centro antiviolenza della Lombardia. Ho potuto vedere molti film a tema e ascoltare le riflessioni di queste donne. Ho imparato quanto possa arricchire una relazione di dialogo e confronto reciproco con il genere femminile. Anche se ho un carattere chiuso e non sempre riesco ad aprirmi con gli altri. Oggi mi chiedo come ho potuto farne a meno in tutti questi anni. Queste donne sono diventate per me molto care, al punto di sentirne la mancanza se passa molto tempo senza vederle. Ho conosciuto la violenza sulle donne per la prima volta attraverso un gravissimo fatto di cronaca. Da trent'anni non riesco a dimenticare la dolcezza del viso di Mary D'Amelio uccisa a Milano. Mi sono chiesto più volte il perchè di ogni violenza di genere, come se per episodi di questo tipo ci fosse una motivazione valida. Ad oggi non sono ancora riuscito a capire come si possa arrivare a tanto. Dopo aver guardato negli occhi una donna trovo ancora più difficile comprendere simili gesti e il perchè di tanto odio. Dalle statistiche apprendo che l'80% di chi esercita violenza è ben conosciuto dalla vittima. Valentina nel corso di una serata ha detto le parole “violenza da fiducia”. Dopo averle ascoltate ho provato un forte disagio. In ogni relazione di coppia la donna dovrebbe ricevere tantissimo amore, rispetto, carezze e sicurezza, ma capita che siano sostituite da paura, botte e lividi e in diversi casi si arriva a conseguenze estreme. Durante le iniziative dello scorso 25 novembre è stato proiettato un film realizzato con le classi di una scuola locale. Aziz, uno dei protagonisti, ha detto che in una coppia ci deve essere rispetto e amore. A prima vista potrebbe essere una considerazione banale. Talmente banale che si è smesso di pronunciarla. Si continua comunque a fare serate a tema per ricordarlo. Ho sentito dire molte volte che l'origine di tutto è stato il modello patriarcale. Ecco che ritorna ancora il potere maschile. Come spiega la parola, se è potere qualcosa dovrà pur significare. Ho provato a riflettere sulla mia persona e a considerare quali “vantaggi” mi abbia portato nel corso della vita. Ho cominciato a cercare dentro di me qualcosa che possa non solo giustificarlo, ma anche renderlo in qualche modo indispensabile. Mi è capitato di trovarmi in uno spazio chiuso come un ascensore, da solo in presenza di una donna e ho potuto percepire la sua paura nei miei confronti. Ho provato disagio nel sentire il suo sguardo puntato addosso per il timore che potessi farle del male. Troppe volte le ragazze con le quali mi è capitato d'interagire non hanno avuto fiducia in me in quanto uomo (se non mi conoscono più a fondo) e ci rimango sempre male. Pago questa mancanza di fiducia per essere un uomo. Perchè un uomo può fare del male ad una donna. La violenza sulle donne è sempre maschile e, come dicono gli amici di Maschile Plurale, ci riguarda. In una strada di sera o sempre più spesso di giorno vedo donne e ragazze che camminano con lo sguardo rivolto a terra. Capita sempre di meno di poter scambiare un sorriso con una di loro. È così bello il sorriso di una donna, può regalarti un momento di gioia o addirittura renderti migliore la giornata. Questi sono solo alcuni esempi. Allora questo potere maschile che vantaggi mi ha portato? Con la mia presenza posso far provare paura e timore alle donne e di conseguenza ottenere una mancanza di fiducia. Tutto questo non lo considererei potere, ma vigliaccheria. In questo momento non mi viene in mente un termine adeguato. Io voglio poter dialogare tranquillamente con una donna, scambiare un sorriso, farle un complimento per un vestito o per la sua pettinatura oppure incrociare i nostri sguardi senza che tutto questo generi dei problemi. Questo “irrinunciabile potere maschile” sembra più una disgrazia che una condizione desiderabile. Se questi sono i risultati, preferisco rifiutare questa “eredità maschile” che non ho neppure voluto, ma mi sono trovato addosso. Ho sentito troppe volte pronunciare le classiche e noiose frasi tipo: “comportati da uomo”, “sii uomo”, “devi essere uomo”, “gli uomini non si comportano così” etc. Mi chiedo: come si dovrebbe comportare un uomo, da quale punto di vista e con quali regole? Ma anche: con le regole stabilite da chi e perchè? Ci siamo mai chiesti perchè un uomo non può manifestare pubblicamente le proprie emozioni e si deve vergognare a comunicare i propri sentimenti all'esterno? Anche agli uomini capita di piangere, perchè sono esseri umani con le proprie fragilità, i propri timori, le proprie paure, come tutte le persone. Piangere è segno di debolezza e, secondo le regole maschili, non si deve fare. Ad un uomo può capitare di piangere, ma lo deve fare di nascosto, da solo e senza farsi vedere. In pratica ci è impedito! Per non subire l'emarginazione seppelliamo dentro di noi troppe emozioni e sentimenti, evitando accuratamente ogni contatto con l'esterno delle nostra sfera emotiva. Abbiamo imparato a tenerci tutto dentro, creandoci dei blocchi mentali che ci impediscono di vivere ancora meglio di quanto possiamo fare attualmente con noi stessi e con gli altri. Il potere maschile è un furto a carico delle nostre vite: ci ha rubato la possibilità di vivere una vita meravigliosa insieme alle donne. In questa condizione ci roviniamo la vita creando problemi a chi ci sta vicino, continuando ad accumulare tensione e disagio senza la possibilità di chiedere aiuto. Perchè è sconveniente ed è una pubblica ammissione delle nostre debolezze. E, inoltre, non ne siamo capaci. Arriva il momento che non si riesce più ad accumulare e per il più piccolo motivo si esplode. Allora capita di sentire al telegiornale che un padre, davanti alla propria famiglia, uccide un altro padre, davanti a sua moglie e a suo figlio, per un parcheggio. Esplosioni di rabbia che derivano direttamente dal “potere maschile” e dalle sue assurde regole. La possibilità d'interagire con il genere femminile, senza che questo “avvicinamento” nasconda lo scopo finale di una relazione, è estremamente bella e gratificante dal punto di vista dell'arricchimento reciproco. Bisognerebbe ascoltare di più le donne e anche amarle di più. Avremmo tutto da guadagnare e niente da perdere. Facendo del male alle donne facciamo del male a noi stessi. Nessun vantaggio maschile può valere il prezzo delle lacrime e dei lividi addosso alle donne. Siete tutte delle persone meravigliose
Giorgio Ferrari *




* Giorgio è componente del movimento "Maschile&Plurale", collabora con i CattiviRagazzi e con il progetto La Ragazza di Benin City, a lui un ringraziamento particolare per questo suo pezzo di altissima umanità maschile: grazie Giorgio

mercoledì 19 maggio 2010

19 giugno a Bologna abbattiamo i CIE


Alcune considerazioni
Il circuito dello sfruttamento
I Cie, ex Cpt, sono luoghi di detenzione amministrativa sottoposta all’autorità di polizia quindi, da un punto di vista
giuridico, propriamente equiparabili ai Lager nazisti. Istituiti dalla sinistra nel 1998 e condotti a compimento dalla
destra, sono parte integrante e costituente di un meccanismo perfettamente oliato che alimenta il circuito dello
sfruttamento. La politica razzista, con le sue leggi e la sua propaganda, incalza l’immigrato schiacciandolo
nell’angolo per renderlo sfinito e umiliato schiavo, un pezzo utile da mettere a profitto nei tempi della produzione o
in quelli del business del “divertimento” sessuale. Nei Cie vengono rinchiusi immigrati senza il permesso di
soggiorno, ma non solo. Ci sono persone che hanno richiesto l’asilo politico, che hanno lavoro e carte in regola ma
con vecchi decreti di espulsione sulle spalle, che hanno finito di scontare una pena in carcere e donne, tante donne, in
molti casi vittime della tratta. Gente che è sfuggita da guerre, persecuzioni, maltrattamenti e prostituzione. E fame.
Guerre e fame che il capitalismo occidentale produce per continuare indisturbato a dominare e a razziare il mondo.
Resi clandestini per la sventura di arrivare da paesi disgraziati, sotto la minaccia costante e continua di essere
internati e deportati, di venire fermati per strada, negli autobus, nei treni e trattati come bestie, di venire separati
dagli affetti più cari, di finire nuovamente nelle grinfie di sfruttatori e “protettori” senza scrupoli, vivono in balia
della malvagità di chi esegue gli ordini del potere.
Il meccanismo dello sfruttamento per funzionare ha bisogno di un braccio armato fatto non solo di sbirri e militari,
ma anche di controllori di autobus e treni che, solerti, scovano immigrati clandestini e li consegnano nelle mani delle
autorità. Necessita di un ambiente predisposto ad accogliere tutte le possibili misure di controllo, militari nelle città
compresi, quindi la propaganda razzista sostenuta dall’ossessione securitaria entra in campo per alimentare le paure
eliminando il rischio che qualcuno solidarizzi o manifesti repulsione per metodi così spietati e disumani. È così che
si forma un esercito di schiavi circondati da una massa grigia di esseri collusi, insensibili e meschini.
Il secondo termine, espulsione, richiede a sua volta che venga predisposto un meccanismo di attuazione. Centri di
detenzione per immigrati sono presenti in tutta Europa e nel 2004 è stata istituita Frontex (Agenzia europea per la
gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne) che, tra le altre, ha la funzione di «fornire agli stati
membri il sostegno necessario per organizzare operazioni di rimpatrio congiunte». Non è facile nemmeno per gli
stati deportare, ci vogliono accordi con i paesi terzi, tanto che spesso vediamo presidente del consiglio e ministri
italiani correre smaniosi in giro per il mondo alla ricerca di accordi con Libia, Ghana ecc. Ma ora Frontex è pronta
per il suo compito, ha a disposizione aerei charter noleggiati con pilota compreso per le deportazioni che rastrellano
gente dai vari centri di detenzione facendo scali in diverse città europee. E si tratta di un intervento prezioso per il
sistema rimpatri anche perché sugli aerei di linea troppo spesso i comandanti hanno dovuto far scendere i deportati, e
la loro scorta, a causa delle proteste loro o di altri passeggeri, scioccati nel vedere gente in manette e maltrattata.
Le condizioni nei Cie e le lotte recenti
Chiunque segua le lotte contro i Cie sa che non passa giorno senza che arrivino notizie di soprusi e maltrattamenti,
che i reclusi lamentano un disinteresse totale rispetto a qualunque genere di necessità, perfino di cure mediche anche
in presenza di malattie o ferite gravi. Si sa che il cibo è pessimo, scarso, condito con psicofarmaci e a volte pure
pieno di vermi o scarafaggi. Che gli internati non hanno alcun diritto e che per loro è praticamente impossibile uscire
anche se hanno casa, lavoro, coniuge italiano e figli. Che le forme di protesta vengono spesso schiacciate dalla
repressione e dai manganelli e che le pene per chi reagisce sono sempre alte. A volte arrivando persino alla morte,
come nel caso di uno dei rivoltosi del Cie di Milano. Che gli operatori dei Cie e le guardie si rivolgono agli
immigrati con violenza e disprezzo. Che i ricatti sessuali contro donne e trans sono quotidiani. Che gli stupri da parte
delle guardie, e di chissà chi altro, sono un rischio costante e troppe volte una realtà. Che quando le violenze
vengono denunciate, come nel caso di Joy e di Preziosa, le ritorsioni sono terribili e interminabili. Che i reclusi
vengono spesso rispediti in paesi di cui non sanno più nulla e che in certi casi non sono neppure quelli di
provenienza. Si potrebbe continuare all’infinito con esempi di soprusi e palesi ingiustizie, di esasperazioni che
portano a pesantissime forme di autolesionismo fino ad arrivare in alcuni casi al suicidio.
Ma è anche vero che le tensioni e le ribellioni dentro tutti i centri di detenzione in Italia e in Europa intera non si
placano. La gioia per le fiamme di Vincennes o di Lampedusa non si spegne e l’esempio recente di 84 donne in
sciopero della fame a Yarl’s Wood in Inghilterra dà forza e speranza. Senza dimenticare l’indomabile sciopero della
fame che ormai da marzo prosegue a staffetta, con il forte sostegno dei compagni fuori, al Cie di Milano.
In Italia, dall’approvazione del nuovo Pacchetto Sicurezza nel luglio 2009 con il quale è stato introdotto il reato di
clandestinità e il prolungamento fino a sei mesi del periodo di detenzione nei Cie, le ondate di protesta, le lotte
all’interno dei lager della democrazia e fuori non si sono mai fermate. In alcune occasioni la determinazione e la
rabbia dei reclusi hanno portato a coraggiose rivolte e fughe, pensiamo alle rivolte dell’estate scorsa al Cie di via
Corelli a Milano, a quella di Modena dove i reclusi hanno reso inagibili diversi padiglioni, alle continue fughe dal
Cie di Torino, alla rivolta e al fuoco di Ponte Galeria a Roma, a Gradisca, ai tentativi di ribellione di Bari,
all’incendio recente al Cie di Bologna.
All’esterno la lotta di tanti si è espressa e continua a esprimersi in Italia, a Parigi, in Belgio, ovunque e in molteplici
forme, dai presidi, al sostegno agli scioperi della fame, alle iniziative in città per portare fuori la voce dei reclusi, a
tante e ripetute azioni solidali contro i responsabili e gli speculatori che si ingrassano con l’affare Cie.
I Cie esistono ancora, certamente la lotta non ha ancora raggiunto un sufficiente livello di efficacia ma c’è, dentro e
fuori.
I Cie di Modena e Bologna
I Cie di Modena e Bologna sono strutture dalle quali, come ci hanno fatto sapere i reclusi, «tutti sanno che non si
esce»; sono carceri speciali per immigrati le cui condizioni interne sono particolarmente dure e disumanizzanti, i
regolamenti applicati totalmente arbitrari e funzionali alla castrazione di ogni forma di protesta, di rivendicazione di
libertà e di comunicazione con l’esterno fin dal principio. Non si possono tenere i cellulari che vengono sequestrati
all’entrata, tranquillanti vengono somministrati nel cibo a colazione, pranzo e cena, e abusi e violenze da parte di
ispettori di polizia, ricatti e insulti sono all’ordine del giorno. Come se non bastasse in questi centri una buona
percentuale di detenuti è persino in possesso del permesso di soggiorno. Chi viene internato nonostante sia
“regolare” non è un malcapitato a caso e raro, bensì chiunque abbia avuto un decreto di espulsione anche se riferito a
un periodo per il quale il reato è già stato indultato. Ma non importa «loro cliccano sui computer e se risulta qualcosa
che non torna ti portano dentro anche se hai un lavoro o se pensavi di dover solo completare delle pratiche di
regolarizzazione». Dai Cie di Modena e di Bologna non si esce, non solo per militari, sbarre e filo spinato, ma anche
perché l’ampliamento del raggio di persone internabili e il prolungamento dei tempi di detenzione fruttano
moltissimi soldi ai gestori di queste strutture, ovvero alla Confraternita delle Misericordie presieduta da Daniele
Giovanardi. Questa associazione cattolica guadagna 75 euro al giorno per ogni recluso del Cie di Modena e 72 per
quello di Bologna. Sarà per questo che alcuni reclusi ci dicono che non vengono nemmeno rimpatriati, anche quando
lo vorrebbero?
Il 17 aprile, dopo mesi di silenzio imposto e di ribellioni stroncate, 50 reclusi tra uomini e donne del Cie di Bologna
sono entrati in sciopero della fame e, successivamente, si sono rivoltati dando fuoco a parte della struttura, causando
50.000 euro di danni. Un bel regalo per chi ha scelto di fare dell’internamento degli immigrati un lucroso business!
Nei giorni successivi, i giornali locali interessati solo quando la notizia è eclatante e fa vendere ma mai nella
quotidianità delle sopraffazioni patite da chi sta dentro questi infami luoghi, hanno diffuso la notizia di diversi
episodi avvenuti tra Bologna e Modena in relazione a quello che definivano «il presunto sciopero della fame»: una
quindicina di solidali sono entrati con volantini e megafono nel tribunale del giudice di pace a Bologna, il giorno
dopo un gruppo di persone avrebbe spaccato i vetri della mensa universitaria di Bologna rifornita dalla Concerta Spa
che porta i pasti anche al Cie e che circa un mese prima avrebbe subito danni a furgoni parcheggiati in una sua sede
ritrovati con le gomme tagliate, infine il 2 maggio un gruppo di solidali ha scelto di interrompere la messa della
domenica nel duomo di Modena per smascherare, con volantini e megafono, le responsabilità dei gestori del Cie
della città e per rompere il silenzio. Un silenzio che per quanto riguarda il Cie modello di Modena, che per le
peculiarità indicate sopra presumiamo sperimentale, è sempre stato totale. Giovanardi ha poi dato dei farneticanti a
chi porta in diverse forme la solidarietà agli immigrati reclusi nel suo Cie, dove secondo lui sono trattati con tutti i
riguardi e le misericordiose cure necessarie.
Per continuare opportunamente a farneticare indiciamo
Un Corteo contro i Cie e contro la Misericordia che gestisce quelli di Modena e Bologna.
Un corteo che miri a far conoscere alla città le nefandezze che quotidianamente avvengono dentro questi lager.
Un corteo contro la vergogna delle deportazioni
Un corteo comunicativo che punti il dito contro i responsabili di queste strutture.
Un corteo che non deleghi la propria difesa.
Un corteo contro i Cie per noi è un corteo contro l’organizzazione sociale che li ha concepiti e realizzati, non
vogliamo bandiere di partiti o di sindacati.
Consapevoli che l’opposizione ai Cie non si esaurisce in scadenze e appuntamenti ma si alimenta giorno per giorno
delle proteste e delle rivolte interne e dei contributi solidali di chi lotta al loro esterno, crediamo importante in questo
momento lanciare un’iniziativa partecipata per ribadire la natura di questi centri e che i responsabili non sono entità
astratte ma collaboratori e approfittatori concretamente esistenti e contro i quali è possibile indirizzare le nostre lotte.
Coordinamento per il 19 giugno

lunedì 10 maggio 2010

8 giugno di lotta e di protesta, a fianco di Joy ed Hellen


L'8 GIUGNO A MILANO: A FIANCO DI JOY ED HELLEN, CONTRO CIE E DEPORTAZIONI

Una sera d'estate Joy, una ragazza nigeriana vittima di tratta, porta il
proprio materasso fuori dalla cella del Centro di identificazione ed
espulsione di via Corelli a Milano. Preferisce dormire nel corridoio, dove
fa più fresco.
Durante la notte si sveglia di soprassalto: sul suo corpo le mani di
Vittorio Addesso, ispettore-capo del Cie, che si è sdraiato sopra di lei.
Joy lo respinge con forza e decisione, altre donne la sostengono.

Un "normale" episodio di brutale ­ e sessista ­ amministrazione
all'interno di un Cie, dove gli aguzzini dominano incontrastati, forti delle
connivenze dei gestori di quei lager per immigrate/i.

Alcuni giorni dopo nel Cie di Milano scoppia la rivolta contro il
"pacchetto sicurezza". Joy e le altre donne che l'avevano aiutata vengono brutalmente
picchiate, nude, dall'ispettore Addesso e colleghi, e arrestate: una
chiara rappresaglia da parte di chi mette in atto ricatti sessuali e molestie e
non intende accettare il rifiuto.

Durante le udienze del processo ai rivoltosi, Joy denuncia la tentata
violenza da parte dell'ispettore. Hellen, sua compagna di stanza, conferma
l'accaduto, diventando la sua testimone.
La Croce Rossa, nella figura del responsabile Massimo Chiodini, copre
l'ispettore-capo di polizia.
La giudice, voce della "giustizia" italiana, denuncia entrambe le donne
per calunnia.

Tutte e cinque le donne imputate vengono condannate a sei mesi di carcere
per la rivolta. A febbraio, terminata la pena, vengono riportate in un
Cie,dove a tutt'oggi si trovano rinchiuse ­ tutte tranne una ­ con la
prospettiva di essere deportate in Nigeria, una prospettiva che per Joy ed
Hellen, come per tante/i altre/i, equivale ad una condanna a morte.

L'8 giugno a Milano si terrà l'incidente probatorio, udienza durante la
quale si troveranno faccia a faccia Joy, Hellen e Vittorio Addesso.

Con Joy, dietro a Joy, vi sarà tutto il mondo dei Cie, fatto di controllo,
intimidazioni, abusi e violenze sui corpi rinchiusi. Dietro Vittorio
Addesso starà tutta la gerarchia degli aguzzini, fino ad arrivare in alto, al
ministero dell'interno e ad uno stato che vuole, gestisce e controlla quei
lager. Uno stato che, nella figura di un suo servo, si troverà per
l'ennesima volta come parte accusata in un'aula di tribunale da cui, molto
probabilmente, ne uscirà assolto.

Ma non è da quell'aula di tribunale che ci aspettiamo una rottura con un
consolidato meccanismo di violenze, abusi e ricatti, meccanismo che si
esplicita quotidianamente dentro le mura di ogni Cie.
E' urgente la presa di posizione di ognuna/o di noi contro le complicità
che permettono l'esistenza di un lager di stato e coprono gli abusi che vi
avvengono quotidianamente.

Per questo l'udienza che si terrà a Milano l'8 giugno, preceduta da una
settimana internazionale di lotta contro le deportazioni, chiama tutte e
tutti a fare una scelta di parte, ad opporsi e ad esserci.

Una mobilitazione fattiva che arrivi a concretizzare il vero obiettivo: la
lotta per la distruzione di tutti i Cie, che è anche lotta per la nostra
libertà e la nostra autodeterminazione all'interno di un paese-laboratorio
sociale governato da uno stato di polizia.

fate girare la notizia il piu possibile.....

per maggiori info

http://noinonsiamocomplici.noblogs.org/

domenica 9 maggio 2010

Solidarietà a chi distrugge muri


Un modo di dire corrente è "erigere un muro" quando ci si rifiuta di dialogaro o capire un problema, ebbene, la nuova amministrazione pavese di centro destra (più destra che centro) ha preso alla lettera il modo di dire: costruisce muri fisici, veri, di solidi mattoni e ottimo cemento. La prima azione "sociale" è stata quella di sgomberare il centro di accoglienza della città, buttare sulla strada cinque famiglie rom che vi erano alloggiate e ... murare. La seconda iniziativa: arrivare di soppiatto all'alba e murare il centro sociale cittadino, covo di sovversivi e pericolosi comunisti anarcoidi che rifiutano di farsi omologare dalla cultura razzista e xenofoba dominante. Ebbene sembra, anzi è certo, che oggi, 9 maggio 2010, sia sorta una specie di associazione di demolitori, demolitori che si propongono di abbattere i muri che questa amministrazione erige.

lunedì 22 marzo 2010

Buona Pasqua da Gigo


lettera dallo Zambia di Diego Cassinelli (Gigo)

(novizio Comboniano e amico caro di CattiviRagazzi)


Avrei tante cose da condividere, tante storie da raccontare, tanti volti da dipingere, ma preferisco sostare per un attimo e dare spazio ad una riflessione che riguarda il tempo che stiamo vivendo, un tempo “altro”: la quaresima. Cosa vuol dire vivere la quaresima qui nella township di Bauleni?

È proprio vero che le cose prendono un significato diverso a seconda della latitudine in cui ci si trova a vivere.

È la quarta settimana di quaresima e dopo aver iniziato con un passo europeo mi sto accorgendo che la musica qui è un’altra e sto ballando da solo, perché il ritmo è diverso. Forse, come per il senso dell’avvento, anche qui sono chiamato ad andare all’essenziale. Che cosa succede veramente in questi quaranta giorni di deserto? Come mi devo comportare, come sono chiamato a viverli? Ciò che ha un senso in Italia, qui forse ne ha un po’ meno e altre dinamiche e contenuti prendono valore e priorità. Certo non ci si può fermare ai fioretti, che il più delle volte vanno a toccare solo il nostro superfluo. Per moltissime persone qui il superfluo non c’è mai e ogni tanto, diciamo raramente, hanno il necessario. Come si fa a parlare di digiuno con gente che digiuna tutto l’anno? Moltissimi uomini e donne sieropositivi, si autodistruggono con gli anti retro virali, (terapia per chi ha l’Aids) proprio perché non hanno una corretta alimentazione. Siamo alla periferia della capitale, e i supermercati sono pieni di tutto, il cibo non manca, ma i prezzi sono altissimi e la gente delle township tira a campare come può. Se non ho la possibilità di saltare il superfluo perché non ho nemmeno il necessario, cosa differenzia questo tempo da un altro? Ma che cosa è la quaresima? Cominciamo con un numero; quaranta. Si dice che Gesù sia stato 40 giorni nel deserto, non prendendo né acqua né cibo. Il numero è esagerato, nessun uomo può sopravvivere tutto quel tempo senza mangiare e bere. Va bene che era Dio ma, se ha scelto di essere uomo credo che si sia preso questo impegno fino alla fine, compreso le fatiche di un corpo da uomo. Quaranta è un numero simbolico, e non un lasso di tempo reale e ricorda i quaranta anni del popolo d’Israele nel deserto, che dalla condizione di schiavitù, andava incontro alla terra promessa, alla libertà. Un popolo intero si era messo in cammino, uomini, donne bambini, anziani tra mille difficoltà, tra momenti di sconforto, di tradimenti, di fame e di pianti. Il fatto è che, a quel tempo, la prospettiva di vita non era lunghissima; solo di 35, 36 anni. Questo vuol dire che nessuno di quelli che sono partiti ha visto ed è entrato nella terra promessa. Sono morti tutti prima di raggiungere il loro sogno. Trentasei anni, di vita da vivere, quaranta anni di cammino nel deserto! Il calcolo non lascia dubbi. Il popolo che ha trovato liberazione non è il popolo che è partito dall’Egitto. Non è più lo stesso popolo, è un popolo nuovo, sono i figli e nipoti nati durante il viaggio verso la libertà. Dopo tutti questi anni si ha una creatura nuova, l’uomo nuovo chiamato a costruire e ad abitare una terra nuova. Alla luce di questa interpretazione si può dire che questi quaranta giorni di quaresima sono il tempo simbolico per prenderci in mano ancora una volta, per tentare di riavvicinarsi a noi stessi, al sogno di Dio, e tentare di costruire percorsi che siano veramente capaci di “rigenerarci”, ovvero, di nascere ancora, perché alla fine di questo cammino, possiamo sentirci creatura nuova, donne e uomini nuovi. Ciò che inizia il cammino è chiamato a lasciar spazio a una nuova vita, ad un nuovo essere. Guardando la gente di Bauleni, il loro stile di vita, la loro difficile quotidianità, penso che questo momento si può vivere anche in modo diverso, quello che conta è tentare di attraversare il deserto e il silenzio con la speranza di uscirne nuovi. La vera rinuncia è quella di sottrarre tempo al solito “tran tran” per fare respirare la mente. Pensare, pregare e meditare, allontanarsi dal mondo vuoto, o almeno tentare di farlo. Davvero; diamoci del tempo, regaliamoci aria e spazio per far vivere semplicemente ciò che siamo. Fare digiuno da tutte le idée, gli stereotipi, i luoghi comuni e i pensieri che ci mettono nel piatto come cibo tiepido e precotto. Essere critici davanti a fatti e avvenimenti, e rinunciare a seguire la tendenza dominante, quella comune, quella più facile. Questa è la rinuncia, questo è il digiuno, questo è lo sforzo. Solamente usando criticamente la nostra mente potremmo diventare creatura nuova e dopo i quaranta giorni attende la resurrezione dell’uomo nuovo. Anche il Falegname di Nazareth è uscito dai suoi “quaranta giorni” di deserto pronto a dare la vita per un mondo nuovo di giustizia e pace … è uscito nuovo, è uscito Dio. Prendiamoci del tempo per pensare, basta aprire il Vangelo, leggere, meditare e gustare la sana rivoluzione, quella di una notizia nuova,

Ma attenzione, anche qui, al pericolo di cibi precotti, il rischio di accontentarsi del già sentito è sempre dietro l’angolo.

Per questa Pasqua auguriamoci di avere il coraggio di credere alle cose nuove … di essere creatura, attenta, pensante, critica, viva … creatura nuova.

Buona Pasqua

venerdì 12 marzo 2010

Donne che non si arrendono


PENSARE L’IMPOSSIBILE
Donne che non si arrendono
Quando si parla di donne, in Italia prevale la rassegnazione. Battute grevi, il corpo femminile che diventa oggetto di marketing, la sottomissione come consuetudine, sterili e umilianti dibattiti sulle quote rosa. Il “velinismo” è ormai un criterio selettivo, e solo lo scatto d’orgoglio di una moglie, Veronica Lario, ha creato un temporaneo moto di indignazione contro il “ciarpame senza pudore”. I principali istituti nazionali di ricerca pubblicano i dati sulla condizione delle donne: ogni volta è un po’ peggio. Meno di una italiana su due lavora, record negativo europeo, le violenze di genere aumentano, altro primato inquietante. Va così, lo stato delle cose è questo. Davvero non è possibile fare nulla davanti a questa situazione? E non c’è modo di schiodarsi da quell’umiliante 72° posto, su 135 paesi, questa la classifica che ci viene assegnata dal nuovo rapporto sul divario di genere del World Economic Forum?
Anaïs Ginori dà voce alle donne, sparse per la penisola, di ogni ordine e grado, che invece non intendono rassegnarsi e continuano a pensare l’impossibile. Attraverso i loro occhi, le loro parole e le loro storie, disegna una mappa della resistenza, si confronta con le cause dell’arretramento, dalle battaglie degli anni settanta al corpo delle donne vilipeso e negato di oggi. E in questo viaggio incontra personaggi, situazioni e vizi spesso dimenticati dalle cronache di tutti i giorni. Ogni capitolo di questa inchiesta-reportage indica un sintomo, che sia di speranza o di degradazione. Senza nascondersi mai dietro ad un dito, neppure nell’elencare le cause dell’anno zero che stiamo vivendo. Dall’ipocrisia del linguaggio sulle “escort” nei palazzi del potere, mentre le “mignotte” vengono cacciate dai marciapiedi, alla lotta dei gruppi religiosi contro un farmaco, la pillola abortiva Ru486, disponibile in tutto il mondo da anni. Dalla serie di film porno italiani dedicata agli stupri fino al sessismo in politica (e a chi cerca invano di combatterlo). Dai racconti delle femministe storiche, che ammettono anche i loro errori e non nascondono la realtà attuale, fino alle giovani studentesse e agli altri bagliori che covano sotto la cenere della ricerca di una nuova identità femminile.

Con interviste a Emma Bonino, Daniela Del Boca, Luisa Muraro, Sofia Ventura, Isoke Aikpitanyi, Lorella Zanardo, Valentina Maran, Emile-Etienne Baulieu (il creatore della RU486), il regista porno Andy Casanova e altre/i.
Prefazione di Concita De Gregorio
ANAIS GINORI (Roma, 1975), giornalista, lavora a la Repubblica. Con Fandango ha pubblicato nel 2001 “Le Parole di Genova” e, con Sperling&Kupfer, “Non Calpestate le farfalle” (2007).