mercoledì 23 febbraio 2011
Isoke Aikpitanyi: 500 storie vere
Esce il nuovo libro di Isoke: "500 storie vere". Diamoci da fare per farne un nuovo strumento di lotta contro la tratta! Per info: isoke.aikpitanyi@gmail.com

giovedì 6 gennaio 2011
Buon anno ... da Gigo

Aquiloni…roba da profeti!
Mwila ha gli occhi grandi, belli, scuri e brillanti, dove il bianco si taglia di netto con il nero profondo dell’iride. È piccola piccola ed ha un’aria malinconica. È diversa da tutti gli altri bambini che vivono nella casa delle suore di Madre Teresa a Lusaka. Sì, è vero, tutti i bambini sono diversi, ma Mwila ha una caratteristica poco comune; non sorride mai. Mwila è la bambina che non sa sorridere. La piccola ha perso entrambi i genitori, è positiva, ha la tubercolosi ed è denutrita e anemica perché la nonna, che avrebbe dovuto prendersi cura di lei, è alcolizzata e si beveva tutti i soldi. Insomma, ha i suoi buoni motivi per non sorridere! L’ho tenuta in braccio per più di un’ora quel sabato e non mi ha regalato nemmeno un accenno di sorriso. Tutti i trucchetti che hanno avuto successo con altri bambini, hanno finito per togliere anche il mio sorriso. La guardavo, mentre la tenevo in braccio. I suoi occhi mi fissavano dritti nel punto in cui fa male. Il caldo aumentava per l’arrivo della pioggia e per il disagio che si prova davanti ad una domanda precisa a cui non si sa rispondere. Sentivo la sua schiena sudata appiccicarsi ai miei pantaloni bagnaticci. La sua bocca sembrava sigillata, non una parola, non un sorriso, non un cenno di approvazione, ma due occhi scuri che trafiggono lapidari e pronunciano sentenze che solo l’anima capisce. Ciò che si comunica senza la parola, non può essere descritto a parole, è semplice, elementare, ma ci si prova comunque, senza grandi risultati. Tenevo in braccio il mio imbarazzo e la fronte sentiva il fresco del vento che soffiava sulle gocce di sudore che scendevano verso gli occhi. Nel mondo di Mwila non si entra attraverso canali convenzionali, si entra con modalità, spazi e tempi che deve ancora farmi scoprire. È lei che guida la danza, è lei la padrona del suo giardino tutt’altro che sfiorito. È il suo eden e per entrarci bisogna meritarlo. Il suo mondo non è chiuso, chiuse sono le mie vie, i miei sentieri per arrivare a lei. A volte è spiazzante, una bambina di 3 anni circa ha libero accesso nel “mio luogo”, dove pochi possono permettersi di entrare, e ci entra con naturalezza, come fosse la cosa più semplice, proprio come fanno i bambini che entrano ed escono dalle case di cortile nei giorni d’estate facendo gonfiare la tenda come la vela di una nave che solo la loro fantasia può vedere. È il loro mare e ci nuotano con confidenza, anche in punti in cui altri rischierebbero d’annegare.
“Se non diventerete come bambini……..”
È questa semplicità, essenziale che accompagna nei luoghi più nascosti della vita vera. È l’atteggiamento di Mwila, che seduta sulle gambe del Ragazzo di Nazareth fa esclamare quella frase che sembra un’offesa alla ragione di chi è diventato grande a fatica, guadagnandosi quel rispetto ingessato, quell’adulta rigidità indossata come un vanto.
No, quella non è saggezza. La saggezza vera è mantenere viva quella spontaneità e creatività di chi sa costruire aquiloni dai rifiuti, con la fiducia di vederli volare. E’ la fiducia del profeta.
Saggezza è far volare aquiloni. Solo i bambini, i saggi e i profeti sanno far volare cose. Le portano in alto perché tutti le possano vedere per poi riportarle a terra perché possano essere toccate e vissute, perché ci si possa accorgere che sono cose vere, proprio come aquiloni.
Ne ho appeso nella mia stanza, l’ho trovato mentre camminavo in una periferia di Lusaka. Quel giorno il vento ha voluto portarmi il regalo di un bambino che non conosco e che probabilmente non conoscerò mai. Conosco però la sua fantasia, la sua semplicità e la sua speranza. La speranza di poter far volare in cielo cose che altri danno per finite.
Presto Mwila sorriderà. Presto avrà l’età per costruire il suo aquilone e anche lei, come tanti bambini, correrà con un sogno in cielo appeso a un filo, un sogno reale che lei stessa potrà guidare con l’aiuto del vento. Un sogno che potrà portare a terra tutte le volte che vuole, oppure lanciarlo in cielo perché possa mantenere la tensione naturale del sogno. Presto Mwila, guardando i rifiuti di una discarica, vedrà pezzi di cielo azzurro con cui giocare.
Sì, perché solo i bambini i saggi e i profeti giocano con il cielo.
Buon Anno a tutti
Diego (Gigo)
Mwila ha gli occhi grandi, belli, scuri e brillanti, dove il bianco si taglia di netto con il nero profondo dell’iride. È piccola piccola ed ha un’aria malinconica. È diversa da tutti gli altri bambini che vivono nella casa delle suore di Madre Teresa a Lusaka. Sì, è vero, tutti i bambini sono diversi, ma Mwila ha una caratteristica poco comune; non sorride mai. Mwila è la bambina che non sa sorridere. La piccola ha perso entrambi i genitori, è positiva, ha la tubercolosi ed è denutrita e anemica perché la nonna, che avrebbe dovuto prendersi cura di lei, è alcolizzata e si beveva tutti i soldi. Insomma, ha i suoi buoni motivi per non sorridere! L’ho tenuta in braccio per più di un’ora quel sabato e non mi ha regalato nemmeno un accenno di sorriso. Tutti i trucchetti che hanno avuto successo con altri bambini, hanno finito per togliere anche il mio sorriso. La guardavo, mentre la tenevo in braccio. I suoi occhi mi fissavano dritti nel punto in cui fa male. Il caldo aumentava per l’arrivo della pioggia e per il disagio che si prova davanti ad una domanda precisa a cui non si sa rispondere. Sentivo la sua schiena sudata appiccicarsi ai miei pantaloni bagnaticci. La sua bocca sembrava sigillata, non una parola, non un sorriso, non un cenno di approvazione, ma due occhi scuri che trafiggono lapidari e pronunciano sentenze che solo l’anima capisce. Ciò che si comunica senza la parola, non può essere descritto a parole, è semplice, elementare, ma ci si prova comunque, senza grandi risultati. Tenevo in braccio il mio imbarazzo e la fronte sentiva il fresco del vento che soffiava sulle gocce di sudore che scendevano verso gli occhi. Nel mondo di Mwila non si entra attraverso canali convenzionali, si entra con modalità, spazi e tempi che deve ancora farmi scoprire. È lei che guida la danza, è lei la padrona del suo giardino tutt’altro che sfiorito. È il suo eden e per entrarci bisogna meritarlo. Il suo mondo non è chiuso, chiuse sono le mie vie, i miei sentieri per arrivare a lei. A volte è spiazzante, una bambina di 3 anni circa ha libero accesso nel “mio luogo”, dove pochi possono permettersi di entrare, e ci entra con naturalezza, come fosse la cosa più semplice, proprio come fanno i bambini che entrano ed escono dalle case di cortile nei giorni d’estate facendo gonfiare la tenda come la vela di una nave che solo la loro fantasia può vedere. È il loro mare e ci nuotano con confidenza, anche in punti in cui altri rischierebbero d’annegare.
“Se non diventerete come bambini……..”
È questa semplicità, essenziale che accompagna nei luoghi più nascosti della vita vera. È l’atteggiamento di Mwila, che seduta sulle gambe del Ragazzo di Nazareth fa esclamare quella frase che sembra un’offesa alla ragione di chi è diventato grande a fatica, guadagnandosi quel rispetto ingessato, quell’adulta rigidità indossata come un vanto.
No, quella non è saggezza. La saggezza vera è mantenere viva quella spontaneità e creatività di chi sa costruire aquiloni dai rifiuti, con la fiducia di vederli volare. E’ la fiducia del profeta.
Saggezza è far volare aquiloni. Solo i bambini, i saggi e i profeti sanno far volare cose. Le portano in alto perché tutti le possano vedere per poi riportarle a terra perché possano essere toccate e vissute, perché ci si possa accorgere che sono cose vere, proprio come aquiloni.
Ne ho appeso nella mia stanza, l’ho trovato mentre camminavo in una periferia di Lusaka. Quel giorno il vento ha voluto portarmi il regalo di un bambino che non conosco e che probabilmente non conoscerò mai. Conosco però la sua fantasia, la sua semplicità e la sua speranza. La speranza di poter far volare in cielo cose che altri danno per finite.
Presto Mwila sorriderà. Presto avrà l’età per costruire il suo aquilone e anche lei, come tanti bambini, correrà con un sogno in cielo appeso a un filo, un sogno reale che lei stessa potrà guidare con l’aiuto del vento. Un sogno che potrà portare a terra tutte le volte che vuole, oppure lanciarlo in cielo perché possa mantenere la tensione naturale del sogno. Presto Mwila, guardando i rifiuti di una discarica, vedrà pezzi di cielo azzurro con cui giocare.
Sì, perché solo i bambini i saggi e i profeti giocano con il cielo.
Buon Anno a tutti
Diego (Gigo)
venerdì 10 dicembre 2010
Buon Natale dall'Africa, buon Natale da Gigo, buon natale dai CattiRagazzi

Potrebbe esserlo di più
È Natale sì, quasi ci siamo, ma oggi, mentre ero in carcere, non l’ho percepito. Non mi sono ricordato che mi trovavo li per festeggiarlo con quegli uomini rinchiusi.
È Natale sì, ma quanta disumanizzazione! Io la dentro morirei, proprio fisicamente, non riuscirei a campare molto.
Mi guardavo attorno mentre il vescovo di Lusaka celebrava la messa e vedevo gente attorno a me ammassata come bestie. La puzza era davvero pungente tanto che il mio compagno etiope mi disse onestamente che non riusciva a resistere. Avevo paura si sentisse male. L’odore era talmente acre e denso che sembrava di mangiarlo. Non era odore di uomo.
È Natale sì, ma l’odore non era di vaniglia e mandarino, non c’era profumo di festa, no, era odore di carogna, odore di cose morte che stagna nell’aria.
Sono 1500 uomini detenuti di nazionalità diverse: somali, etiopi, eritrei, nigeriani, zambiani, angolani, indiani e c’erano anche due bianchi, forse europei. Nelle Central Prison of Lusaka si dorme in 70, 80 per stanza, si dorme per terra, incastrati l’uno con l’altro. Una cella senza finestre in cui è notte anche di giorno e quando fuori il sole cala, le celle si chiudono e comincia l’inferno.
È Natale sì, ma mi chiedo cosa ci spinge a vivere in questo modo, a schiacciare l’uomo nella miseria che noi stessi creiamo. Cosa ci spinge a guardarlo strisciare come fosse senza braccia e senza gambe, ma soprattutto senza dignità, perché ho conosciuto uomini e donne senza gambe o senza braccia insegnare la dignità; creature pienamente umane.
Il brutto esiste in questo mondo, ma perché creiamo un sistema che peggiori la situazione? Il male esiste, ma perché lo aiutiamo a diventare sempre più forte invece di depotenziarlo? Ad un certo punto si cade nel nonsenso ed è questa la sensazione che ho provato guardando esseri umani costretti a sopravvivere in questo modo. Non ha senso! E i diritti umani? Per chi sono stati pensati? Per chi sono stati scritti e approvati?
È Natale sì, ma mi chiedo dove sia il limite al male che stiamo facendo a noi stessi. Mi chiedo se la sentiamo ancora quella domanda del libro della Genesi che Dio ci rivolge: “uomo dove sei?”
Dov’è finito l’uomo, dove l’abbiamo nascosto?
Molte volte per liberare la nostra coscienza dalla prigione in cui la costringiamo morire giriamo la domanda a Dio: “ Dio dove sei?”
Dov’eri quando in Rwanda in cento giorni sono state fatte a pezzi un milione di persone? Dov’eri quando in Cambogia Pol Pot e i Khmer Rossi hanno trucidato e torturato più di un milione di Cambogiani?
Dov’eri quando i nazisti hanno sterminato più di sei milioni di esseri umani perché ebrei, zingari, portatori di handicap o omosessuali?
Dov’eri quando l’occidente ha azzannato l’Africa come un cane inferocito, comprando uomini e donne come fossero cose o bestiame? Dov’eri?
Dio non c’entra! Chi si ammazzava e chi continua a farlo?
È Dio che ammazza l’uomo, oppure è l’uomo che ammazza, sfrutta, tortura e sfigura se stesso? …e Dio non interviene?
Certo che interviene, e lo fa a modo suo, ponendoci davanti alla nostra coscienza con queste due domande:
“uomo dove sei? Dov’è tuo fratello?”.
È a questo che dobbiamo rispondere. È questo che ci rende responsabili l’uno dell’altro. È questo che fa rinascere il bello che ci abita e a cui siamo stati pensati. È questo che ci rende pienamente umani e restituisce senso a tutto.
È Natale sì, ma se ci impegnassimo davvero, potrebbe esserlo di più.
Vi Auguro di trasformare il 25 dicembre in “Buon Natale” per tutti, nessuno escluso e un 2011 felice all’insegna dell’impegno!
Vi porto al cuore
Diego (Gigo)
È Natale sì, quasi ci siamo, ma oggi, mentre ero in carcere, non l’ho percepito. Non mi sono ricordato che mi trovavo li per festeggiarlo con quegli uomini rinchiusi.
È Natale sì, ma quanta disumanizzazione! Io la dentro morirei, proprio fisicamente, non riuscirei a campare molto.
Mi guardavo attorno mentre il vescovo di Lusaka celebrava la messa e vedevo gente attorno a me ammassata come bestie. La puzza era davvero pungente tanto che il mio compagno etiope mi disse onestamente che non riusciva a resistere. Avevo paura si sentisse male. L’odore era talmente acre e denso che sembrava di mangiarlo. Non era odore di uomo.
È Natale sì, ma l’odore non era di vaniglia e mandarino, non c’era profumo di festa, no, era odore di carogna, odore di cose morte che stagna nell’aria.
Sono 1500 uomini detenuti di nazionalità diverse: somali, etiopi, eritrei, nigeriani, zambiani, angolani, indiani e c’erano anche due bianchi, forse europei. Nelle Central Prison of Lusaka si dorme in 70, 80 per stanza, si dorme per terra, incastrati l’uno con l’altro. Una cella senza finestre in cui è notte anche di giorno e quando fuori il sole cala, le celle si chiudono e comincia l’inferno.
È Natale sì, ma mi chiedo cosa ci spinge a vivere in questo modo, a schiacciare l’uomo nella miseria che noi stessi creiamo. Cosa ci spinge a guardarlo strisciare come fosse senza braccia e senza gambe, ma soprattutto senza dignità, perché ho conosciuto uomini e donne senza gambe o senza braccia insegnare la dignità; creature pienamente umane.
Il brutto esiste in questo mondo, ma perché creiamo un sistema che peggiori la situazione? Il male esiste, ma perché lo aiutiamo a diventare sempre più forte invece di depotenziarlo? Ad un certo punto si cade nel nonsenso ed è questa la sensazione che ho provato guardando esseri umani costretti a sopravvivere in questo modo. Non ha senso! E i diritti umani? Per chi sono stati pensati? Per chi sono stati scritti e approvati?
È Natale sì, ma mi chiedo dove sia il limite al male che stiamo facendo a noi stessi. Mi chiedo se la sentiamo ancora quella domanda del libro della Genesi che Dio ci rivolge: “uomo dove sei?”
Dov’è finito l’uomo, dove l’abbiamo nascosto?
Molte volte per liberare la nostra coscienza dalla prigione in cui la costringiamo morire giriamo la domanda a Dio: “ Dio dove sei?”
Dov’eri quando in Rwanda in cento giorni sono state fatte a pezzi un milione di persone? Dov’eri quando in Cambogia Pol Pot e i Khmer Rossi hanno trucidato e torturato più di un milione di Cambogiani?
Dov’eri quando i nazisti hanno sterminato più di sei milioni di esseri umani perché ebrei, zingari, portatori di handicap o omosessuali?
Dov’eri quando l’occidente ha azzannato l’Africa come un cane inferocito, comprando uomini e donne come fossero cose o bestiame? Dov’eri?
Dio non c’entra! Chi si ammazzava e chi continua a farlo?
È Dio che ammazza l’uomo, oppure è l’uomo che ammazza, sfrutta, tortura e sfigura se stesso? …e Dio non interviene?
Certo che interviene, e lo fa a modo suo, ponendoci davanti alla nostra coscienza con queste due domande:
“uomo dove sei? Dov’è tuo fratello?”.
È a questo che dobbiamo rispondere. È questo che ci rende responsabili l’uno dell’altro. È questo che fa rinascere il bello che ci abita e a cui siamo stati pensati. È questo che ci rende pienamente umani e restituisce senso a tutto.
È Natale sì, ma se ci impegnassimo davvero, potrebbe esserlo di più.
Vi Auguro di trasformare il 25 dicembre in “Buon Natale” per tutti, nessuno escluso e un 2011 felice all’insegna dell’impegno!
Vi porto al cuore
Diego (Gigo)
martedì 7 dicembre 2010
NON HO AVUTO IL CORAGGIO DI INCONTRARE QUELLA MAMAN

“Salvare le maman…” facile a dirsi…
In margine a una puntata di “I fatti vostri”.
Sono stata invitata a partecipare ad una puntata de “I fatti vostri”, in onda il 3 dicembre su una questione molto delicata: la storia di una maman che chiede perdono.
L’idea di “salvare” le maman che molto spesso sono soltanto delle ex vittime della tratta, ce l’ho in testa da tempo e insieme alle mie collaboratrici, l’ho messa anche tra le proposte conclusive dell’indagine sulla realtà sommersa delle vittime della tratta.
E mi è già capitato di incontrarne, constatando che si tratta di trafficanti da quattro soldi, ragazze che hanno cercato di fare le furbe e si sono inguaiate.
Quando ho ricevuto l’invito a partecipare al programma tv sono stata contenta, pensando che in quella occasione avrei potuto contribuire a dire qualcosa di nuovo sul problema.
Ma avrei dovuto farlo in TV e io non sono sempre abbastanza brava, né in pubblico, né in tv a dire tutto quel che dovrei.
Pensando a quell’appuntamento mi sono tornate in mente tante cose, prima fra tutte il mio calvario in ospedale, dove sono finita dopo aver detto BASTA alla mia maman e dopo che lei ha incaricato degli energumeni di punirmi.
Quelli quasi mi ammazzano, quasi perdo un occhio,…quattro giorni di coma, mesi di convalescenza, e l’occhio mi da ancora problemi.
Salvare le maman, allora, non può voler dire raccogliere il pentimento di ogni ex maman che, dopo un periodo più o meno lungo di carcere e a fronte di un altro lungo periodo, pensa a ciò che ha fatto e piange.
Non ho trovato il coraggio di andare in TV e sono scappata di fronte a questa opportunità perché certe cose sono facili a dirsi, molto meno a farsi.
Ho poi guardato il programma, andato in onda senza la mia partecipazione ed ho visto le lacrime di questa ragazza nigeriana, condannata a sei anni, mica a sei mesi.
Piange perché le è stato tolto il figlio e non è giusto che lui paghi per gli errori della mamma.
Parole giuste. Tutti i detenuti piangono per i loro errori e quasi tutti non vorrebbero che i loro errori ricadessero sui figli.
Ma il pianto non può essere liberatorio se è riferito solo a se stessi…è umano che una mamma pianga la lontananza dei figli ed è umano che chi ascolta il suo pianto di mamma si commuova.
Ma se non ci sono lacrime vere per le ragazze che sono state sfruttate, non siamo di fronte ad un pentimento, ma solo ad un dolore umano ma inevitabile, perché una pena è giusta anche se il detenuto piange, e fino a quando on ha capito davvero le proprie colpe e non è pronto ad una vita nuova e diversa, la sua sofferenza merita rispetto, ma i suoi errori meritano di essere punito perché c’è qualcun altro che ha sofferto a causa di quelli.
Quante ragazze sono state sottomesse a quella maman e magari hanno sofferto e soffrono ancora; quante i figli non li avranno perché le violenze subito hanno tolto loro la fecondità; quante hanno avuto figli che le maman hanno tolto loro per usarli come strumento di ricatto, e quante maman sono rimaste impunite e libere potendosi nascondere dietro alla apparenza di essere buone madri.
Non sono andata in tv per la paura di essere troppo cattiva nei confronti di quella maman, ma anche per la paura di essere, invece, troppo scossa e commossa dalla sua situazione, poiché dietro ad una maman c’è sempre una ex vittima della tratta.
Per questo, però, mentre dimostro che 500 ragazze sono state uccise, mi riesce difficile andare in TV ad ascoltare come se niente fosse la sofferenza di una maman con il rischio di sembrare io la cattiva che non perdona e lei la disperata.
O di dimostrare, alla fin fine, di esser disperata cme lei e che, quindi, vittime e carnefici sono la stessa cosa.
In questa Italia siamo tutti o troppo razzisti o troppo tolleranti e, allora,può succedere quel che successo in tv, al programma e, cioè, che il pubblico mostra comprensione per la sofferenza di questa donna e se potesse votare per la sua liberazione lo farebbe subito, sull’onda di una emozione suscitata in TV.
Io emozioni in Tv ne ho trasmesse e ne ho vissute tante, ma non ho visto nessun cambiamento nell’opinione pubblica e nelle forze politiche, nelle associazioni, ecc. ecc., per cui ad un certo punto mi dico ma che ci vado a fare, solo a trasmettere la mia dose di emozioni e di dolore.
Non ho avuto il coraggio, questo mi dispiace.
Molte donne e molti amici mi dicono che sono coraggiosa, ma non è così.
Ho avuto coraggio quando ho affrontato l’ignoto e sono finita nella tratta. Ne ho avuto quando ho detto basta.
Non posso farmi forza ogni singolo giorno per affrontare sempre nuove situazioni, sempre nuovi drammi. Ho voglia di una vita normale.
Come dice Saviano, la mia opera più grande sarà ricostruirmi una vita normale.
In margine a una puntata di “I fatti vostri”.
Sono stata invitata a partecipare ad una puntata de “I fatti vostri”, in onda il 3 dicembre su una questione molto delicata: la storia di una maman che chiede perdono.
L’idea di “salvare” le maman che molto spesso sono soltanto delle ex vittime della tratta, ce l’ho in testa da tempo e insieme alle mie collaboratrici, l’ho messa anche tra le proposte conclusive dell’indagine sulla realtà sommersa delle vittime della tratta.
E mi è già capitato di incontrarne, constatando che si tratta di trafficanti da quattro soldi, ragazze che hanno cercato di fare le furbe e si sono inguaiate.
Quando ho ricevuto l’invito a partecipare al programma tv sono stata contenta, pensando che in quella occasione avrei potuto contribuire a dire qualcosa di nuovo sul problema.
Ma avrei dovuto farlo in TV e io non sono sempre abbastanza brava, né in pubblico, né in tv a dire tutto quel che dovrei.
Pensando a quell’appuntamento mi sono tornate in mente tante cose, prima fra tutte il mio calvario in ospedale, dove sono finita dopo aver detto BASTA alla mia maman e dopo che lei ha incaricato degli energumeni di punirmi.
Quelli quasi mi ammazzano, quasi perdo un occhio,…quattro giorni di coma, mesi di convalescenza, e l’occhio mi da ancora problemi.
Salvare le maman, allora, non può voler dire raccogliere il pentimento di ogni ex maman che, dopo un periodo più o meno lungo di carcere e a fronte di un altro lungo periodo, pensa a ciò che ha fatto e piange.
Non ho trovato il coraggio di andare in TV e sono scappata di fronte a questa opportunità perché certe cose sono facili a dirsi, molto meno a farsi.
Ho poi guardato il programma, andato in onda senza la mia partecipazione ed ho visto le lacrime di questa ragazza nigeriana, condannata a sei anni, mica a sei mesi.
Piange perché le è stato tolto il figlio e non è giusto che lui paghi per gli errori della mamma.
Parole giuste. Tutti i detenuti piangono per i loro errori e quasi tutti non vorrebbero che i loro errori ricadessero sui figli.
Ma il pianto non può essere liberatorio se è riferito solo a se stessi…è umano che una mamma pianga la lontananza dei figli ed è umano che chi ascolta il suo pianto di mamma si commuova.
Ma se non ci sono lacrime vere per le ragazze che sono state sfruttate, non siamo di fronte ad un pentimento, ma solo ad un dolore umano ma inevitabile, perché una pena è giusta anche se il detenuto piange, e fino a quando on ha capito davvero le proprie colpe e non è pronto ad una vita nuova e diversa, la sua sofferenza merita rispetto, ma i suoi errori meritano di essere punito perché c’è qualcun altro che ha sofferto a causa di quelli.
Quante ragazze sono state sottomesse a quella maman e magari hanno sofferto e soffrono ancora; quante i figli non li avranno perché le violenze subito hanno tolto loro la fecondità; quante hanno avuto figli che le maman hanno tolto loro per usarli come strumento di ricatto, e quante maman sono rimaste impunite e libere potendosi nascondere dietro alla apparenza di essere buone madri.
Non sono andata in tv per la paura di essere troppo cattiva nei confronti di quella maman, ma anche per la paura di essere, invece, troppo scossa e commossa dalla sua situazione, poiché dietro ad una maman c’è sempre una ex vittima della tratta.
Per questo, però, mentre dimostro che 500 ragazze sono state uccise, mi riesce difficile andare in TV ad ascoltare come se niente fosse la sofferenza di una maman con il rischio di sembrare io la cattiva che non perdona e lei la disperata.
O di dimostrare, alla fin fine, di esser disperata cme lei e che, quindi, vittime e carnefici sono la stessa cosa.
In questa Italia siamo tutti o troppo razzisti o troppo tolleranti e, allora,può succedere quel che successo in tv, al programma e, cioè, che il pubblico mostra comprensione per la sofferenza di questa donna e se potesse votare per la sua liberazione lo farebbe subito, sull’onda di una emozione suscitata in TV.
Io emozioni in Tv ne ho trasmesse e ne ho vissute tante, ma non ho visto nessun cambiamento nell’opinione pubblica e nelle forze politiche, nelle associazioni, ecc. ecc., per cui ad un certo punto mi dico ma che ci vado a fare, solo a trasmettere la mia dose di emozioni e di dolore.
Non ho avuto il coraggio, questo mi dispiace.
Molte donne e molti amici mi dicono che sono coraggiosa, ma non è così.
Ho avuto coraggio quando ho affrontato l’ignoto e sono finita nella tratta. Ne ho avuto quando ho detto basta.
Non posso farmi forza ogni singolo giorno per affrontare sempre nuove situazioni, sempre nuovi drammi. Ho voglia di una vita normale.
Come dice Saviano, la mia opera più grande sarà ricostruirmi una vita normale.
Isokè
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venerdì 15 ottobre 2010
CattiviRagazzi, PRBC, Maschile&Plurale: una seria analisi del momento

Carissimi amici del Progetto la ragazza di Benin City
Rientro da Torino, dove si sono svolti i lavori di Maschile Plurale.
Ho portato i saluti di tutti voi e ho svolto una relazione sugli incontri di preparazione che abbiamo svolto a Cremona, Pavia, Aosta (anche con quelli di Torino) e Roma; ho cercato di metterci dentro anche gli elementi che alcuni amici dei gruppi di auto – mutuo aiuto di altre città, ci hanno espresso.
Ho parlato anzitutto della nostra crisi.
E ho descritto come in passato io avessi pensato che questa crisi nascesse proprio dall’abbraccio di Maschile Plurale che a voi era parso diffidente nei nostri confronti e che, di conseguenza, io contestavo a nome di tutti voi, scontrandomi per questo con gli amici di Maschile Plurale.
Ho dovuto ammettere pubblicamente, però, che la nostra crisi è più profonda e che nasce dalla stanchezza di dieci anni di lavoro svolti quasi sempre da soli, quasi sempre considerati male in quanto clienti da punire, ecc., ma che, soprattutto, nasce dal Decreto sicurezza che, criminalizzando le clandestine e i clienti, ci ha “spaventati” vanificando molti dei nostri slanci operativi: le conseguenze che paghiamo a livello privato (in famiglia) e pubblico (con la marginalizzazione da parte delle associazioni accreditate), sono state per molti di noi molto molto gravi e ci hanno fatti richiudere su noi stessi o allontanare dall’impegno collettivo.
Non ho spiegato più di tanto un altro motivo di crisi che è l’eccessiva crescita della nostra esperienza, insieme al fatto che non siamo riusciti a gestirla e che ci ha sfiancati.
E ho anche affermato che, tuttavia, in Valle d’Aosta, pur con mille contraddizioni e ritardi, è partito un servizio regionale di accoglienza di vittime della tratta che affida a noi (clienti - ex clienti . finti clienti) e alla operatrice pari, il ruolo centrale dell’intervento. In pratica abbiamo ottenuto finalmente ascolto istituzionale e la nostra esperienza di accoglienza diversa, è passata.
Non è cosa da poco. Credo che gli amici di Maschile Plurale non abbiano ancora percepito la portata di questa novità, del resto non l’avete percepita neppure voi poiché vi sembra che questo sia un risultato di Aosta e di Isoke, mentre è IL risultato dei nostri dieci anni di lavoro al quale qualcuno ha dato di più, qualcuno di meno.
So che il problema dei problemi è rimasta la personalizzazione: le maggiori attenzioni sono addosso a Claudio e a Isoke e questo, sotto certi punti di vista, sembra escludervi: ogni volta che mi sono lamentato con voi del fatto che il lavoro cresceva e io vi chiedevo di impegnarvi di più, di fronte ai vostri rallentamenti mi sono messo a fare di più e ho ottenuto il risultato inverso a quello che mi aspettavo: vi chiedevo di fare di più e, invece, vi siete sentiti meno indispensabili perché, comunque, qualcuno quel di più lo faceva lo stesso; se poi il successo nel confronto con le istituzioni lo otteniamo soprattutto grazie a Isoke e al peso simbolico e “politico” della sua attività, il cerchio si chiude e tutto sembra ruotare davvero solo attorno a Claudio e Isoke.
Io ho cercato più volte di lasciarvi il passo e di far si che ad andare in tv, a parlare con i media, a partecipare ad eventi, foste più voi di me…ma c’è un aspetto umano che conta molto: Isoke è spesso in giro per l’Italia (oltre 270 giorni fuori casa nel 2009) e se abbiamo due inviti ad un convegno, non mi dispiace certo cogliere l’occasione per restare con lei un po’ più di quanto la vita normale e quotidiana mi permette di fare.
Non ho detto tutte queste cose a Maschile Plurale, anche se le ho dette a molti di MP e anzi, con alcuni di loro ho una confidenza profonda: Isoke ha avuto dei problemi di salute dei quali ho parlato solo con il Presidente di Maschile Plurale, Alessio Miceli.
Quel che posso restituirvi della riunione di Milano, però, è una grande attenzione da parte di tutti alla nostra esperienza e, soprattutto, al lavoro su noi stessi che abbiamo svolto.
Si tratta allora di andare avanti ed è possibile farlo in modo costruttivo solo se da parte vostra si rafforza la decisione di essere personalmente e pubblicamente testimoni di esperienze che è bene suscitare in molti altri maschi di ogni classe ed età.
I nostri gruppi di auto – mutuo aiuto funzionano male; è quasi impossibile portarli avanti con le distanze geografiche che abbiamo fra noi: il gruppo Lombardia, ad esempio, con amici di Pavia, Milano, Cremona e province, e che pure è un dei più attivi e positivi, si ritrova spesso con riunioni che vanno buche perché tre su cinque non arrivano, ecc. ecc.
Questo succede ovunque.
La modalità è ottima e funziona, ma la dispersione territoriale è eccesiva; il che evidenzia che siamo cresciuti molto, ma non abbastanza da poter tenere in piedi la situazione; troppo lavoro di a.m.a. si sta trasformando in counselling telefonico, e troppo spesso tutto diventa solo ricerca di conforto.
Ma è evidente che se abbiamo tre amici attivi nel barese, ma quando un amico di Foggia chiama dobbiamo trovare il modo di sostenerlo da Aosta, il nostro lavoro diventa molto molto difficile.
Per questo sono molto contento che amici di Maschile Plurale da Milano, Pinerolo, ecc. abbiano dichiarato pubblicamente, nel corso dell’incontro, che il nostro modo di operare sembra essere efficace. Questo mi pare molto importante per evitare quel che io ho sempre temuto avvenisse: l’attenzione degli enti accreditati verso il problema clienti, potrebbe trasformarsi nel tentativo (a volte strumentale, a volte no) di coinvolgere alcuni maschi vicini a Maschile Plurale, in operatori di strada, esaurendo così la spinta vera di un lavoro da fare sui clienti che è possibile fare solo se a farlo sono altri clienti, ex clienti o, al massimo, finti clienti, cioè “operatori” impropri che si comportano come se fossero clienti o ex clienti per restare nel mondo dei clienti da pari e non da esterni, da professionisti, da giudicanti.
A Torino ho affermato non solo che punire i clienti è sbagliato e improduttivo, ma che invece di punirli bisognerebbe offrir loro l’occasione di un confronto con altri uomini con i quali condividere un percorso alternativo alla multa, un percorso di consapevolezza e di superamento dei problemi di carattere affettivo, sentimentale, sessuale, relazionale che li spingono ad essere cliente.
A Torino erano presenti rappresentanti del Cerchio degli uomini, c’eravamo noi, c’era Uomini in cammino, ci sono – cioè le “esperienze” piemontesi e valdostane, per collaborare con le istituzioni che vogliano fare qualcosa sui clienti.
A voi che state a Torino e dintorni, raccomando di non trascurare la possibilità di incontrare e conoscere gli amici del Cerchio degli uomini. Le associazioni piemontesi e valdostane che esistono e stanno in Maschile Plurale, potrebbero creare una gran bella sinergia.
Loro sono disponibili e interessati, io spero di non dovervi ancora sollecitare troppo in questa direzione.
A Torino ho descritto molto molto brevemente, il nostro “progetto Rose”, interventi in carcere (Cremona) con uomini maltrattanti e con scafisti; ho descritto la proposta di Isoke di “salvare le maman”, facendo in modo che le maman arrestate e incarcerate per sfruttamento e riduzione in schiavitù, possano trasformare la loro mentalità e vivere diversamente quando usciranno dal carcere.
Il Gruppo Abele ha esperienza particolari in questo settore: ciò che ci distingue da loro è ancora e sempre il fatto che noi intendiamo operare da pari; purtroppo corriamo sempre il rischio, l’ho detto testualmente, che la mia laurea in sociologia (in realtà sono laureato in lettere…ma il mio era un esempio estremizzato) non serva a nulla, perché se e quando ammetto di aver avuto esperienze come cliente, resto per sempre un cliente e come tale sono accolto ogni volta che c’è da intervenire pubblicamente sul problema: io sono cioè la cavia per psicologici, politologi, sociologi i quali, oltre a non ammettere le loro esperienze sessuali personali, analizzano e spesso criminalizzano le mie, senza tener conto che anche io ho strumenti professionali per fare autoanalisi.
Ho dimenticato di dirvi che avevo intenzione di presentare la domanda che mi avevate chiesto di porre: per metterci tutti alla pare bisognerebbe che tutti i presenti dichiarassero le loro esperienze sessuali con uomini, donne, trans, per evitare che io solo o altri, dovessimo essere ancora e sempre i soli clienti ufficiali in Italia.
Angelo di Roma ha patito molto ciò che è successo in una riunione di maschile Plurale a Roma, nel corso della quale il suo raccontasi in pubblico ha prodotto un commento che lo ha colpito molto: “per colpa di questi porci (cioè dei clienti) devo essere considerato porco anche io)…” che ha mal predisposto Angelo stesso che non ha distinto tra una persona che si è espressa in modo sbagliato e una associazione che deve ascoltare persone a prescindere, tipologia di giudizio che spaventa molti di voi quando vi propongo di dirla chiara, sempre e comunque.
Durante la riunione di Torino abbiamo contato anonimamente quanti dei presenti avessero esperienze sessuali a pagamento e il risultato è stato quello che è normale aspettarsi: non ricordo i numeri esatti che hanno comunque evidenziato che una parte di amici di Maschile Plurale ha avuto esperienze chi con uomini, chi con donne, chi con trans, chi con gli uni e con gli altri…tanto che facendo un calcolo proporzionale, il campione dei presenti conferma che in Italia i clienti sono più o meno dieci milioni.
Domenica mattina abbiamo incontrato alcune associazioni antitratta (Gruppo Abele, Tampep, Iroko, in particolare, per citare solo le associazioni antitratta vere e proprie, senza dimenticare però che c’erano anche altre realtà antiviolenza, ecc. ecc.) e abbiamo ipotizzato qualche forma di collaborazione.
Sono intervenuto di nuovo, per rappresentare il nostro PRBC ricordando i nostri molti tentativi di collaborazione, in particolare con il Gruppo Abele, che benché risalgano al 2002, non si sono mai tradotti, fino ad ora, in una collaborazione vera.
Ed ho dichiarato che sono certo che la collaborazione possa avviarsi o possa riprendere perché, nel frattempo, sono successe cose importanti: in passato una delle “novità” più importanti nel panorama italiano della discussione sulla tratta, è stata la nascita del Comitato per i diritti delle prostitute, di Pia Covre e Carla Corso. In tempi recenti la novita è stata la nascita della associazione vittime ed ex vittime della tratta, fondata da Isoke Aikpitanyi che ha colto un auspicio espresso da Leopoldo Grosso del Gruppo Abele.(“sarebbe belle nascesse una associazione di vittime”, 2003).
Non riesco a sintetizzare di più e a descrivervi…l’emozione, credo si sia trattato di questo, di molti nel sentir raccontare e nel raccontare anche in gruppi di lavoro nei quali ci siamo suddivisi nel pomeriggio di sabato, il racconto di se.
Oltre a me, solo due amici di Torino targati PRBC hanno partecipato alla riunione; uno alla giornata di sabato, l’altro alla giornata di domenica. Fra tutti voi, cari amici, considero giustificata solo l’assenza di coloro che hanno partecipato ai lavori di preparazione dell’incontro. Non giustifico quelli che vivono lontani, perché a Torino sono arrivati amici di Maschile Plurale di Bari e perché se non altri, Isoke ed io siamo arrivati non più di un mese fa fino a Otranto. La distanza non è un alibi quando c’è un evento come quello di sabato e domenica.
E non considero giustificati quelli che hanno perfino dimenticato di scrivere o di telefonare comunicandoci un impedimento, ecc. ecc.
Ma se mi lamento è perché sono dispiaciuto che chi non è venuto ha perso una occasione importante e ha dimostrato di non aver ancora capito che anche noi siamo Maschile Plurale e che Maschile, Plurale è tutti noi insieme. A maggio in Fiera del Libro eravate in dodici PRBC, alcuni arrivati davvero da lontano e c’erano alcuni amici di Maschile Plurale passati attraverso esperienze diverse dalla nostra come clienti.
Se ancora avete paura che Maschile Plurale ci fagogiti, dovete solo partecipare di più ed esser più positivi rispetto ad una esperienza di crescita che sta creando una vera e propria unità nella diversità.
Ha certo un senso che la nostra originalità permanga, ci mancherebbe, ma deve essere parte di un tutto più ampio.
Propongo alla vostra attenzione l’esempio dell’amico di Pavia che si è avvicinato a Maschile Plurale firmando un documento contro la violenza sulle donne e poi, non trovando un gruppo sul tema a Pavia, si è avvicinato al nostro gruppo Cattivi ragazzi e adesso va a dar mimose alle donne nigeriane l’otto marzo, ecc. ecc. E faccio l’esempio di Angelo che non trovando un gruppo PRBC a Roma (o meglio non avendo mai voluto farne parte e, di fatto, standosene in disparte e lasciandolo decadere quando si è costituito) ha accettato l’invito del gruppo Maschile Plurale di Roma ed è andato alla riunione di preparazione dell’incontro di Torino: Ne è uscito male, si è sentito attaccato e criminalizzato, ma questo sta nell’ordine delle cose.
Quante volte anche nel PRBC abbiamo discusso energicamente, quante volte lo ha fatto Maschile Plurale, ecc. ecc.
A Torino è stata decisa l’organizzazione di un convegno nazionale su sessualità maschile, tratta, prostituzione. Bisogna lavorarci, credo che almeno quelli tra voi che hanno veste pubblica, debbano partecipare alla preparazione del convegno stesso, ed è questo l’invito che vi rivolgo.
Molti di voi hanno detto di essere stanchi di essere mal considerati in quanto clienti (ex clienti): bene, esserlo o esserlo stati non è una cosa cancellabile, ma è possibile che la vostra, la nostra esperienza, dentro Maschile Plurale assuma “dignità” diversa e perfino il lavoro che continuate a svolgere contro la tratta, se solo ci pensate bene, non è soltanto un lavoro contro la tratta, ma è un lavoro contro ogni tipo di violenza di genere e contro ogni tipo di violenza sulle donne.
Trasmetto questa relazione, anche al Presidente di Maschile Plurale Alessio Miceli; gli chiedo di valutare se ritenga utile inviarlo a tutta la rete di Maschile Plurale e, in particolare, a quanti erano presenti a Torino.
Dentro a Maschile Plurale ci sono tensioni dovute ad una crescita che è palpabile, ma non è facilmente gestibile; desidero fermamente che se in passato non è stato così, PRBC non sia proprio più uno dei motivi di questa tensione e dimostri, con la prova di una tensione superata, che possono essere superate anche tutte le altre, perché siamo tutti protagonisti di una esperienza importante.
Rientro da Torino, dove si sono svolti i lavori di Maschile Plurale.
Ho portato i saluti di tutti voi e ho svolto una relazione sugli incontri di preparazione che abbiamo svolto a Cremona, Pavia, Aosta (anche con quelli di Torino) e Roma; ho cercato di metterci dentro anche gli elementi che alcuni amici dei gruppi di auto – mutuo aiuto di altre città, ci hanno espresso.
Ho parlato anzitutto della nostra crisi.
E ho descritto come in passato io avessi pensato che questa crisi nascesse proprio dall’abbraccio di Maschile Plurale che a voi era parso diffidente nei nostri confronti e che, di conseguenza, io contestavo a nome di tutti voi, scontrandomi per questo con gli amici di Maschile Plurale.
Ho dovuto ammettere pubblicamente, però, che la nostra crisi è più profonda e che nasce dalla stanchezza di dieci anni di lavoro svolti quasi sempre da soli, quasi sempre considerati male in quanto clienti da punire, ecc., ma che, soprattutto, nasce dal Decreto sicurezza che, criminalizzando le clandestine e i clienti, ci ha “spaventati” vanificando molti dei nostri slanci operativi: le conseguenze che paghiamo a livello privato (in famiglia) e pubblico (con la marginalizzazione da parte delle associazioni accreditate), sono state per molti di noi molto molto gravi e ci hanno fatti richiudere su noi stessi o allontanare dall’impegno collettivo.
Non ho spiegato più di tanto un altro motivo di crisi che è l’eccessiva crescita della nostra esperienza, insieme al fatto che non siamo riusciti a gestirla e che ci ha sfiancati.
E ho anche affermato che, tuttavia, in Valle d’Aosta, pur con mille contraddizioni e ritardi, è partito un servizio regionale di accoglienza di vittime della tratta che affida a noi (clienti - ex clienti . finti clienti) e alla operatrice pari, il ruolo centrale dell’intervento. In pratica abbiamo ottenuto finalmente ascolto istituzionale e la nostra esperienza di accoglienza diversa, è passata.
Non è cosa da poco. Credo che gli amici di Maschile Plurale non abbiano ancora percepito la portata di questa novità, del resto non l’avete percepita neppure voi poiché vi sembra che questo sia un risultato di Aosta e di Isoke, mentre è IL risultato dei nostri dieci anni di lavoro al quale qualcuno ha dato di più, qualcuno di meno.
So che il problema dei problemi è rimasta la personalizzazione: le maggiori attenzioni sono addosso a Claudio e a Isoke e questo, sotto certi punti di vista, sembra escludervi: ogni volta che mi sono lamentato con voi del fatto che il lavoro cresceva e io vi chiedevo di impegnarvi di più, di fronte ai vostri rallentamenti mi sono messo a fare di più e ho ottenuto il risultato inverso a quello che mi aspettavo: vi chiedevo di fare di più e, invece, vi siete sentiti meno indispensabili perché, comunque, qualcuno quel di più lo faceva lo stesso; se poi il successo nel confronto con le istituzioni lo otteniamo soprattutto grazie a Isoke e al peso simbolico e “politico” della sua attività, il cerchio si chiude e tutto sembra ruotare davvero solo attorno a Claudio e Isoke.
Io ho cercato più volte di lasciarvi il passo e di far si che ad andare in tv, a parlare con i media, a partecipare ad eventi, foste più voi di me…ma c’è un aspetto umano che conta molto: Isoke è spesso in giro per l’Italia (oltre 270 giorni fuori casa nel 2009) e se abbiamo due inviti ad un convegno, non mi dispiace certo cogliere l’occasione per restare con lei un po’ più di quanto la vita normale e quotidiana mi permette di fare.
Non ho detto tutte queste cose a Maschile Plurale, anche se le ho dette a molti di MP e anzi, con alcuni di loro ho una confidenza profonda: Isoke ha avuto dei problemi di salute dei quali ho parlato solo con il Presidente di Maschile Plurale, Alessio Miceli.
Quel che posso restituirvi della riunione di Milano, però, è una grande attenzione da parte di tutti alla nostra esperienza e, soprattutto, al lavoro su noi stessi che abbiamo svolto.
Si tratta allora di andare avanti ed è possibile farlo in modo costruttivo solo se da parte vostra si rafforza la decisione di essere personalmente e pubblicamente testimoni di esperienze che è bene suscitare in molti altri maschi di ogni classe ed età.
I nostri gruppi di auto – mutuo aiuto funzionano male; è quasi impossibile portarli avanti con le distanze geografiche che abbiamo fra noi: il gruppo Lombardia, ad esempio, con amici di Pavia, Milano, Cremona e province, e che pure è un dei più attivi e positivi, si ritrova spesso con riunioni che vanno buche perché tre su cinque non arrivano, ecc. ecc.
Questo succede ovunque.
La modalità è ottima e funziona, ma la dispersione territoriale è eccesiva; il che evidenzia che siamo cresciuti molto, ma non abbastanza da poter tenere in piedi la situazione; troppo lavoro di a.m.a. si sta trasformando in counselling telefonico, e troppo spesso tutto diventa solo ricerca di conforto.
Ma è evidente che se abbiamo tre amici attivi nel barese, ma quando un amico di Foggia chiama dobbiamo trovare il modo di sostenerlo da Aosta, il nostro lavoro diventa molto molto difficile.
Per questo sono molto contento che amici di Maschile Plurale da Milano, Pinerolo, ecc. abbiano dichiarato pubblicamente, nel corso dell’incontro, che il nostro modo di operare sembra essere efficace. Questo mi pare molto importante per evitare quel che io ho sempre temuto avvenisse: l’attenzione degli enti accreditati verso il problema clienti, potrebbe trasformarsi nel tentativo (a volte strumentale, a volte no) di coinvolgere alcuni maschi vicini a Maschile Plurale, in operatori di strada, esaurendo così la spinta vera di un lavoro da fare sui clienti che è possibile fare solo se a farlo sono altri clienti, ex clienti o, al massimo, finti clienti, cioè “operatori” impropri che si comportano come se fossero clienti o ex clienti per restare nel mondo dei clienti da pari e non da esterni, da professionisti, da giudicanti.
A Torino ho affermato non solo che punire i clienti è sbagliato e improduttivo, ma che invece di punirli bisognerebbe offrir loro l’occasione di un confronto con altri uomini con i quali condividere un percorso alternativo alla multa, un percorso di consapevolezza e di superamento dei problemi di carattere affettivo, sentimentale, sessuale, relazionale che li spingono ad essere cliente.
A Torino erano presenti rappresentanti del Cerchio degli uomini, c’eravamo noi, c’era Uomini in cammino, ci sono – cioè le “esperienze” piemontesi e valdostane, per collaborare con le istituzioni che vogliano fare qualcosa sui clienti.
A voi che state a Torino e dintorni, raccomando di non trascurare la possibilità di incontrare e conoscere gli amici del Cerchio degli uomini. Le associazioni piemontesi e valdostane che esistono e stanno in Maschile Plurale, potrebbero creare una gran bella sinergia.
Loro sono disponibili e interessati, io spero di non dovervi ancora sollecitare troppo in questa direzione.
A Torino ho descritto molto molto brevemente, il nostro “progetto Rose”, interventi in carcere (Cremona) con uomini maltrattanti e con scafisti; ho descritto la proposta di Isoke di “salvare le maman”, facendo in modo che le maman arrestate e incarcerate per sfruttamento e riduzione in schiavitù, possano trasformare la loro mentalità e vivere diversamente quando usciranno dal carcere.
Il Gruppo Abele ha esperienza particolari in questo settore: ciò che ci distingue da loro è ancora e sempre il fatto che noi intendiamo operare da pari; purtroppo corriamo sempre il rischio, l’ho detto testualmente, che la mia laurea in sociologia (in realtà sono laureato in lettere…ma il mio era un esempio estremizzato) non serva a nulla, perché se e quando ammetto di aver avuto esperienze come cliente, resto per sempre un cliente e come tale sono accolto ogni volta che c’è da intervenire pubblicamente sul problema: io sono cioè la cavia per psicologici, politologi, sociologi i quali, oltre a non ammettere le loro esperienze sessuali personali, analizzano e spesso criminalizzano le mie, senza tener conto che anche io ho strumenti professionali per fare autoanalisi.
Ho dimenticato di dirvi che avevo intenzione di presentare la domanda che mi avevate chiesto di porre: per metterci tutti alla pare bisognerebbe che tutti i presenti dichiarassero le loro esperienze sessuali con uomini, donne, trans, per evitare che io solo o altri, dovessimo essere ancora e sempre i soli clienti ufficiali in Italia.
Angelo di Roma ha patito molto ciò che è successo in una riunione di maschile Plurale a Roma, nel corso della quale il suo raccontasi in pubblico ha prodotto un commento che lo ha colpito molto: “per colpa di questi porci (cioè dei clienti) devo essere considerato porco anche io)…” che ha mal predisposto Angelo stesso che non ha distinto tra una persona che si è espressa in modo sbagliato e una associazione che deve ascoltare persone a prescindere, tipologia di giudizio che spaventa molti di voi quando vi propongo di dirla chiara, sempre e comunque.
Durante la riunione di Torino abbiamo contato anonimamente quanti dei presenti avessero esperienze sessuali a pagamento e il risultato è stato quello che è normale aspettarsi: non ricordo i numeri esatti che hanno comunque evidenziato che una parte di amici di Maschile Plurale ha avuto esperienze chi con uomini, chi con donne, chi con trans, chi con gli uni e con gli altri…tanto che facendo un calcolo proporzionale, il campione dei presenti conferma che in Italia i clienti sono più o meno dieci milioni.
Domenica mattina abbiamo incontrato alcune associazioni antitratta (Gruppo Abele, Tampep, Iroko, in particolare, per citare solo le associazioni antitratta vere e proprie, senza dimenticare però che c’erano anche altre realtà antiviolenza, ecc. ecc.) e abbiamo ipotizzato qualche forma di collaborazione.
Sono intervenuto di nuovo, per rappresentare il nostro PRBC ricordando i nostri molti tentativi di collaborazione, in particolare con il Gruppo Abele, che benché risalgano al 2002, non si sono mai tradotti, fino ad ora, in una collaborazione vera.
Ed ho dichiarato che sono certo che la collaborazione possa avviarsi o possa riprendere perché, nel frattempo, sono successe cose importanti: in passato una delle “novità” più importanti nel panorama italiano della discussione sulla tratta, è stata la nascita del Comitato per i diritti delle prostitute, di Pia Covre e Carla Corso. In tempi recenti la novita è stata la nascita della associazione vittime ed ex vittime della tratta, fondata da Isoke Aikpitanyi che ha colto un auspicio espresso da Leopoldo Grosso del Gruppo Abele.(“sarebbe belle nascesse una associazione di vittime”, 2003).
Non riesco a sintetizzare di più e a descrivervi…l’emozione, credo si sia trattato di questo, di molti nel sentir raccontare e nel raccontare anche in gruppi di lavoro nei quali ci siamo suddivisi nel pomeriggio di sabato, il racconto di se.
Oltre a me, solo due amici di Torino targati PRBC hanno partecipato alla riunione; uno alla giornata di sabato, l’altro alla giornata di domenica. Fra tutti voi, cari amici, considero giustificata solo l’assenza di coloro che hanno partecipato ai lavori di preparazione dell’incontro. Non giustifico quelli che vivono lontani, perché a Torino sono arrivati amici di Maschile Plurale di Bari e perché se non altri, Isoke ed io siamo arrivati non più di un mese fa fino a Otranto. La distanza non è un alibi quando c’è un evento come quello di sabato e domenica.
E non considero giustificati quelli che hanno perfino dimenticato di scrivere o di telefonare comunicandoci un impedimento, ecc. ecc.
Ma se mi lamento è perché sono dispiaciuto che chi non è venuto ha perso una occasione importante e ha dimostrato di non aver ancora capito che anche noi siamo Maschile Plurale e che Maschile, Plurale è tutti noi insieme. A maggio in Fiera del Libro eravate in dodici PRBC, alcuni arrivati davvero da lontano e c’erano alcuni amici di Maschile Plurale passati attraverso esperienze diverse dalla nostra come clienti.
Se ancora avete paura che Maschile Plurale ci fagogiti, dovete solo partecipare di più ed esser più positivi rispetto ad una esperienza di crescita che sta creando una vera e propria unità nella diversità.
Ha certo un senso che la nostra originalità permanga, ci mancherebbe, ma deve essere parte di un tutto più ampio.
Propongo alla vostra attenzione l’esempio dell’amico di Pavia che si è avvicinato a Maschile Plurale firmando un documento contro la violenza sulle donne e poi, non trovando un gruppo sul tema a Pavia, si è avvicinato al nostro gruppo Cattivi ragazzi e adesso va a dar mimose alle donne nigeriane l’otto marzo, ecc. ecc. E faccio l’esempio di Angelo che non trovando un gruppo PRBC a Roma (o meglio non avendo mai voluto farne parte e, di fatto, standosene in disparte e lasciandolo decadere quando si è costituito) ha accettato l’invito del gruppo Maschile Plurale di Roma ed è andato alla riunione di preparazione dell’incontro di Torino: Ne è uscito male, si è sentito attaccato e criminalizzato, ma questo sta nell’ordine delle cose.
Quante volte anche nel PRBC abbiamo discusso energicamente, quante volte lo ha fatto Maschile Plurale, ecc. ecc.
A Torino è stata decisa l’organizzazione di un convegno nazionale su sessualità maschile, tratta, prostituzione. Bisogna lavorarci, credo che almeno quelli tra voi che hanno veste pubblica, debbano partecipare alla preparazione del convegno stesso, ed è questo l’invito che vi rivolgo.
Molti di voi hanno detto di essere stanchi di essere mal considerati in quanto clienti (ex clienti): bene, esserlo o esserlo stati non è una cosa cancellabile, ma è possibile che la vostra, la nostra esperienza, dentro Maschile Plurale assuma “dignità” diversa e perfino il lavoro che continuate a svolgere contro la tratta, se solo ci pensate bene, non è soltanto un lavoro contro la tratta, ma è un lavoro contro ogni tipo di violenza di genere e contro ogni tipo di violenza sulle donne.
Trasmetto questa relazione, anche al Presidente di Maschile Plurale Alessio Miceli; gli chiedo di valutare se ritenga utile inviarlo a tutta la rete di Maschile Plurale e, in particolare, a quanti erano presenti a Torino.
Dentro a Maschile Plurale ci sono tensioni dovute ad una crescita che è palpabile, ma non è facilmente gestibile; desidero fermamente che se in passato non è stato così, PRBC non sia proprio più uno dei motivi di questa tensione e dimostri, con la prova di una tensione superata, che possono essere superate anche tutte le altre, perché siamo tutti protagonisti di una esperienza importante.
(Claudio Magnabosco)
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Claudio Magnabosco,
progetto ragazza di Benin City
lunedì 27 settembre 2010
Ci uniamo e condividiamo

WE MUST SAY “NO” TO
DOBBIAMO DIRE “NO” A
DOBBIAMO DIRE “NO” A
Corruzione all’ambasciata specialmente sulla questione degli e-passport.
- DIPLORABLE AND SHAMEFUL STATE OF THE EMBASSY
Stato deplorevole e vergognoso dell’ambasciata.
- NEGLIGENCE OF DUTY AMONG THE EMBASSY STAFF
Negligenza dello staff dell’ambasciata
- UNRECEIPTED DOCUMENTS
Documenti non timbrati.
- THE USE OF TOUTS WITHIN AND AROUND THE EMBASSY
L’uso di informatori all’interno e intorno all’ambasciata.
- DISREGARDS TO CUSTOMER SERVICE
Disattenzione al servizio ai clienti.
WHAT WE WANT IS
QUELLO CHE VOGLIAMO E’
- IMMEDIATE REPLACEMENT OF ALL THE BAD EGGS
Rimpiazzo immediato delle “uova marcie”.
- MORE CONSOLATES ACROSS ITALY
Più consolati all’interno dell’Italia.
- DELIGENCE AND DEDICATION TO DUTY
Diligenza e dedizione al dovere.
- GOOD CUSTOMER SERVICE
Buon servizio agli utenti.
- GIVING THE EMBASSY A COMPLETE AND BEFITTING FACELIFT
Migliorare l’ambasciata in modo completo e opportuno.
- UNINTERRUPTED INTERACTIVE FORUMS WITH THE AMBASSADOR
Forum interattivi ininterrotti con l’ambasciatore.
DATE: 27TH SEPTEMBER, 2010;
VENUE: EMBASSY OF THE FEDERAL REPUBLIC OF NIGERIA, ROME, ITALY;
TIME: 0800 HOURS
BE A PART OF THE TOOLS THAT WILL INFLUENCE A POSITIVE CHANGE TO OUR GREAT NATION
Sii parte del cambiamento che influenzerà in modo positivo il nostro grande paese.
FOR FURTHER INFO: +393275618857, +393299849379, +393275618857, +393293218474, +393206619592
E-MAIL: republicnaija@yahoo.com
venerdì 27 agosto 2010
Isoke a Otranto dal 28 agosto al 4 settembre

Messaggio rivolto ai nostri lettori,ai nostri sostenitori e ai nostri amici e a chi vorrebbe diventarlo.
Dal 28 agosto al 4 settembre, Isoke sarà a Otranto per partecipare ad un Seminario di FLARE contro le mafie.
Saranno presenti relatori provenienti da tutta Europa.
All’interesse della manifestazione si aggiunge, per i nostri amici che vivono in zona, la possibilità di un incontro anche con Claudio.
Per contatti Chiamate il 346 7044126
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